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venerdì 3 agosto 2012

Pastorale

Le lucciole, che appaiono e scompaiono in una notte.
Intermittenze di sogni e di preghiere.
Sigarette nella notte. Chiacchiere che fanno autostop.

Le cicale.
Le stelle, incomprensibili e bellissime. 
Punti da unire.
Ancora. Senza capire il disegno.
L'amore non ha bisogno della conoscenza. 

Il campo bruciato dal sole. Il campo che regala e toglie. 
Il fieno che sa di pelle, di sudore, di cibo, di una passione troppo forte. Una passione che tira sul morso. E galle alle mani. E le redini non bastano.

La lucciola da mettere sotto il bicchiere. Il soldino.
I piedi sotto l'erba. L'erba sui pantaloni. I pantaloni tra i rovi.
Le more. La marmellata. L'odore che gira per casa, si rifugia nei cassetti e si batte con la canfora.
I passi di chi deve andare in bagno durante la notte. Piccoli e grandi. Veloci e lenti.
L'inquilino sotto il letto. Dietro le tende. Dentro gli armadi.
L'ulivo, gli ulivi, i saggi in giardino, torti e antichi.
Il pane con il burro e la marmellata. Dolce e morbido, come i consigli di chi non c'è più.
Le cicale. Sugli alberi, in terra. Nascoste.
L'alba a Baroncelli.

La ninna nanna di cicale. L'ultimo movimento prima del sonno.
Prima di lasciarsi andare.
Ed è notte.
Ed è casa.


venerdì 27 luglio 2012

Musica sparata nelle orecchie


Ascolto la musica e penso a te.
A tutte le volte che la sparavi forte dalla mansarda. Buffo. Se la mettevamo noi dal piccolo stereo delle nostre camere pioveva una grandine di urla e ci dicevi di abbassare, minacciando che saremmo diventate sorde (nel mio caso forse avevi ragione). Mi ricordo ancora quando mi trinceravo nella mia stanza quindicenne con le coppe, i peluche e i Nirvana ed entravi all'improvviso urlando di spegnere quel troiaio. E poi tu, dal tuo stereo potentissimo con così tante casse che da piccola non sono mai riuscita a far funzionare contemporaneamente, mettevi la tua musica a tutto volume, che non solo si sentiva da tutta la casa, ma anche dal giardino.
Una collina di Baroncelli sonora. Un ingorgo sonoro di Bagno a Ripoli.
Era perché non lo volevi dire a chiare lettere, per non sembrare meno forte, ma volevi segnalare, a modo tuo, che eri di buon umore. Ad averlo capito prima, ne avrei approfittato...

Ieri notte ti ho sentito. Facevi piano, forse per non svegliarmi, come quando venivi in camera mia, quando ero piccola, la notte di capodanno, per bagnarmi le labbra con lo spumante. Secco. Quello dolce non lo hai mai sopportato, come non lo sopporto io.
Pensavi che non ti sentissi, ma ti sentivo eccome. Così, allo stesso modo, è successo ieri.
Lo so che facevi piano perché non volevi che me ne accorgessi. Perché pensi che debba camminare da sola. Perché non vuoi far vedere che mi segui. 
Mi sono messa la mano sulla spalla e ti ho fregato. Ho sentito la tua. E ha stretto la mia spalla.

Mi dice che sono forte.
E non ho più paura di nulla.