Giorni complessi, quando scrivere diventa un mestiere e non solo una passione. Quando passi il tempo di fronte alle stesse parole, alla stessa pagina, cambiandola mille volte perché niente ti convince. E mentre questo libro si fa desiderare più del previsto (come le cose più belle), fuori, la vita. Fuori le persone che potrebbero leggerlo, il mio libro, le persone per cui lavoro. Li guardo tutti in faccia come per interrogarli, come per chiedere a loro pareri. A tutti? Solo chi può leggere, ovvio.
A chi potrei essere utile, altrimenti?
Di ritorno dal biciclettaio, che aveva appena dichiarato il decesso della mia bici, dopo averle dato l'ultimo saluto, sento una voce: "mi aiuta Signora ad attraversare la strada?"
Andiamo, penso, nessuno puó chiedere davvero di attraversare la strada. Io l'ho solo visto succedere su Topolino. Mi volto. Vedo un'ombra lunga, fine, che si muove in terra come fosse su una lavagna.
Un bastone. Un cieco.
Lo prendo sottobraccio, viene con me, si fida. Mi riconosce toscana - lo sentirebbe anche un sordo (e detto da un cieco...) - mi chiede se mi piace Renzi, se faccio la sua stessa strada. Non vuole pesare, si sente. Si congeda, ringrazia, si scusa del disturbo.
Disturbo?
C'è una cosa che mi fa sempre impressione della vita, ed è la sua capacità, se ascolti, di rimetterti sempre al tuo posto. Tra l'altro sempre con una certa ironia.
Adesso torno a scrivere.
Buffo, torno a scrivere proprio per un cieco.
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giovedì 21 marzo 2013
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martedì 8 gennaio 2013
Ha deciso
Da circa un anno sul desktop del computer di lavoro campeggia quasi con continuità assoluta una foto del Cerro Torre.
Vetta mitica dell'alpinismo, una specie di cilindro di granito sulla cui sommità si trova un fungo di ghiaccio alto una settantina di metri. Battuto sempre da fortissimi venti, con una situazione meteorologica che definire instabile sarebbe eufemistico, rappresenta una di quelle sfide che spingono l'uomo a confrontarsi con gli estremi caratteri della natura. Ho letto le storie di coloro che hanno provato a scalarlo, che alternano indescrivibili vittorie (poche) a sacrifici, sofferenze e tragedie (in numero ben maggiore).
Non nascondo che vedere il Cerro Torre fosse forse il principale motivo per venire in Patagonia, per affacciarmi da pigmeo alle pendici di un luogo tanto affascinante, anche solo per farlo un po' più mio.
La strada che porta in qualche ora al campo De Agostini nel Parco de los Glaciares è piuttosto facile, se non fosse per una continua pioggia battente portata dal vento che soffia gelido dalle montagne.
Da lì in qualche minuto si accede alla Laguna Torre, splendido lago di montagna nel quale termina il Glaciar Grande. Il vento si fa impetuoso, a riva vengono sbattuti i piccoli iceberg staccatisi dal ghiacciaio, una pioggia cattiva ci sferza la faccia. Saremo cinque i sei arrivati in quel punto.
In alto, avvolto tra le nubi, sappiamo che sta il Cerro Torre. Vediamo il ghiacciaio, ma di lui non riusciamo a vedere niente. Unici della sparuta compagnia tentiamo l'impresa disperata di proseguire verso il Mirador Maestri, teoricamente punto i avvistamento privilegiato del Torre. Per arrivare dobbiamo procedere su un crinale, in cima all'invaso della laguna, con il vento e la pioggia che ci fanno a malapena camminare. A volte ci fermiamo tanto sono forti le raffiche. Non è un camminamento rischioso, eccetto per il fatto che fa realmente freddo e le giacche a vento hanno superato il punto di tenuta e hanno cominciato a impregnarsi di acqua.
Arriviamo a fatica a pochi metri dal mirador Maestri, al quale decidiamo di non accedere per timore del vento.
Certo, vediamo il ghiacciaio molto da vicino, ma il Cerro Torre decide di non svelarsi.
Inutile dire che ci siamo rimasti davvero male.
Tuttavia, accettiamo il verdetto della montagna. È lei che decide quando farsi vedere e come. Non siamo turisti stile americano che per il fatto di aver pagato pretendono anche che tutto vada come vogliono loro. Accettiamo con ciglio impassibile che una bottiglia, anche importante, sappia di tappo, figuriamoci questo. La natura decide e noi dobbiamo solo assecondarla, ringraziando per questa volta che ci abbia graziato. Abbiamo camminato, ci siamo inzuppati di vento e pioggia ghiacciata, ci siamo spinti molto oltre, in mezzo a queste terre selvagge. Abbiamo fatto tutto quanto potessimo per far girare le cose in maniera diversa. Pensiamo al gruppo dei Ragni di Lecco, che negli anni '70 hanno atteso due mesi in una tenda in una caverna di ghiaccio che il cielo si schiarisse per affrontare la montagna e vincerla. La lezione di umiltà -promettiamo- non verrà dimenticata.
Rimane la speranza, un giorno, di tornare qui e chiedere un verdetto in appello. E in quell'occasione, qualunque sia l'esito, sarà emozionante e grande anche solo pensare che la montagna in quel momento stia per qualche attimo pensando ancora una volta a noi.
Vetta mitica dell'alpinismo, una specie di cilindro di granito sulla cui sommità si trova un fungo di ghiaccio alto una settantina di metri. Battuto sempre da fortissimi venti, con una situazione meteorologica che definire instabile sarebbe eufemistico, rappresenta una di quelle sfide che spingono l'uomo a confrontarsi con gli estremi caratteri della natura. Ho letto le storie di coloro che hanno provato a scalarlo, che alternano indescrivibili vittorie (poche) a sacrifici, sofferenze e tragedie (in numero ben maggiore).
Non nascondo che vedere il Cerro Torre fosse forse il principale motivo per venire in Patagonia, per affacciarmi da pigmeo alle pendici di un luogo tanto affascinante, anche solo per farlo un po' più mio.
La strada che porta in qualche ora al campo De Agostini nel Parco de los Glaciares è piuttosto facile, se non fosse per una continua pioggia battente portata dal vento che soffia gelido dalle montagne.
Da lì in qualche minuto si accede alla Laguna Torre, splendido lago di montagna nel quale termina il Glaciar Grande. Il vento si fa impetuoso, a riva vengono sbattuti i piccoli iceberg staccatisi dal ghiacciaio, una pioggia cattiva ci sferza la faccia. Saremo cinque i sei arrivati in quel punto.
In alto, avvolto tra le nubi, sappiamo che sta il Cerro Torre. Vediamo il ghiacciaio, ma di lui non riusciamo a vedere niente. Unici della sparuta compagnia tentiamo l'impresa disperata di proseguire verso il Mirador Maestri, teoricamente punto i avvistamento privilegiato del Torre. Per arrivare dobbiamo procedere su un crinale, in cima all'invaso della laguna, con il vento e la pioggia che ci fanno a malapena camminare. A volte ci fermiamo tanto sono forti le raffiche. Non è un camminamento rischioso, eccetto per il fatto che fa realmente freddo e le giacche a vento hanno superato il punto di tenuta e hanno cominciato a impregnarsi di acqua.
Arriviamo a fatica a pochi metri dal mirador Maestri, al quale decidiamo di non accedere per timore del vento.
Certo, vediamo il ghiacciaio molto da vicino, ma il Cerro Torre decide di non svelarsi.
Inutile dire che ci siamo rimasti davvero male.
Tuttavia, accettiamo il verdetto della montagna. È lei che decide quando farsi vedere e come. Non siamo turisti stile americano che per il fatto di aver pagato pretendono anche che tutto vada come vogliono loro. Accettiamo con ciglio impassibile che una bottiglia, anche importante, sappia di tappo, figuriamoci questo. La natura decide e noi dobbiamo solo assecondarla, ringraziando per questa volta che ci abbia graziato. Abbiamo camminato, ci siamo inzuppati di vento e pioggia ghiacciata, ci siamo spinti molto oltre, in mezzo a queste terre selvagge. Abbiamo fatto tutto quanto potessimo per far girare le cose in maniera diversa. Pensiamo al gruppo dei Ragni di Lecco, che negli anni '70 hanno atteso due mesi in una tenda in una caverna di ghiaccio che il cielo si schiarisse per affrontare la montagna e vincerla. La lezione di umiltà -promettiamo- non verrà dimenticata.
Rimane la speranza, un giorno, di tornare qui e chiedere un verdetto in appello. E in quell'occasione, qualunque sia l'esito, sarà emozionante e grande anche solo pensare che la montagna in quel momento stia per qualche attimo pensando ancora una volta a noi.
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domenica 6 gennaio 2013
Where the streets have no name
La cittadina di El Chalten è stata costruita 30 anni fa ed è quindi talmente nuova che alcune strade non hanno neanche un nome. Cercavamo il nostro alloggio, po, persi tra le casine colorate con il tetto di lamiera, abbiamo chiesto a un villico se quella che stavamo percorrendo fosse la nostra strada. La sua risposta, indicando più avanti, è stata: "quella là si chiama Los Chorritos, questa non ha un nome."
La cittadina di El Chalten ha un solo bancomat, che peró ha sempre esauriti i contanti.
La cittadina di El Chalten ha delle strade molto larghe, ma quasi nessuna macchina.
Sulla Lonely Planet viene indicato un locale come la miglior pizzeria della città, curiosamente senza notare al contempo che sia anche l'unica.
La cittadina di El Chalten ha una chiesa (Santa Maria della Patagonia), dove il parroco di El Calafate (200km da qui) arriva ogni due lunedì per celebrare la Messa alle 19. La chiesa ringrazia i signori Pablo ed Eduardo per la cura del giardino.
La cittadina di El Chalten ha le strade piene di cani randagi, che sono però molto affettuosi.
Prima di entrare nella città, tutti sono obbligati a passare dalle guardie del parco de los Glaciares per un rapido briefing. Non si conoscono altri motivi per arrivare qui che non siano la visita del parco.
Nella cittadina di El Chalten la copertura wifi, ancorché ricordi la velocità dei vecchi modem 56k, è pressoché totale. La copertura cellulare è invece assente.
La cittadina di El Chalten accoglie nelle proprie strutture ricettive numerosi stagisti degli istituti alberghieri di Buenos Aires, forse ignari di cosa li aspetti.
Nella cittadina di El Chalten l'agnello è straordinariamente buono, e infatti non sa di agnello (oppure sono i nostri a non sapere di agnello, quello vero, patagonico).
Ci piace stare in questo posto, base per trekking che finiscono nelle nuvole, tra le montagne che hanno fatto la storia dell'alpinismo, tra vincitori e tragedie, tutti parimenti eroi.
Ci piace sapere che esistono posti, nominalmente cattolici, dove accedere ai sacramenti è un evento straordinario, perché ci aiuta a comprendere la nostra cortezza di vedute se giudichiamo una messa difficile da prendere perché è alle 10 di domenica mattina.
Ci piace fare migliaia di chilometri per vedere che esistono ancora delle frontiere, che la natura quando vuole ha il sopravvento sulle vicende umane.
Ci piace vedere che nulla, in realtà, è mai scontato nelle zone più remote di questa terra.
La cittadina di El Chalten ha un solo bancomat, che peró ha sempre esauriti i contanti.
La cittadina di El Chalten ha delle strade molto larghe, ma quasi nessuna macchina.
Sulla Lonely Planet viene indicato un locale come la miglior pizzeria della città, curiosamente senza notare al contempo che sia anche l'unica.
La cittadina di El Chalten ha una chiesa (Santa Maria della Patagonia), dove il parroco di El Calafate (200km da qui) arriva ogni due lunedì per celebrare la Messa alle 19. La chiesa ringrazia i signori Pablo ed Eduardo per la cura del giardino.
La cittadina di El Chalten ha le strade piene di cani randagi, che sono però molto affettuosi.
Prima di entrare nella città, tutti sono obbligati a passare dalle guardie del parco de los Glaciares per un rapido briefing. Non si conoscono altri motivi per arrivare qui che non siano la visita del parco.
Nella cittadina di El Chalten la copertura wifi, ancorché ricordi la velocità dei vecchi modem 56k, è pressoché totale. La copertura cellulare è invece assente.
La cittadina di El Chalten accoglie nelle proprie strutture ricettive numerosi stagisti degli istituti alberghieri di Buenos Aires, forse ignari di cosa li aspetti.
Nella cittadina di El Chalten l'agnello è straordinariamente buono, e infatti non sa di agnello (oppure sono i nostri a non sapere di agnello, quello vero, patagonico).
Ci piace stare in questo posto, base per trekking che finiscono nelle nuvole, tra le montagne che hanno fatto la storia dell'alpinismo, tra vincitori e tragedie, tutti parimenti eroi.
Ci piace sapere che esistono posti, nominalmente cattolici, dove accedere ai sacramenti è un evento straordinario, perché ci aiuta a comprendere la nostra cortezza di vedute se giudichiamo una messa difficile da prendere perché è alle 10 di domenica mattina.
Ci piace fare migliaia di chilometri per vedere che esistono ancora delle frontiere, che la natura quando vuole ha il sopravvento sulle vicende umane.
Ci piace vedere che nulla, in realtà, è mai scontato nelle zone più remote di questa terra.
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martedì 1 gennaio 2013
Feliz año nuevo
Atterrati.
Buenos Aires è una città immensa, anche se alla fine noi stranieri vediamo solo i quartieri celebri e ignoriamo l'enorme distesa di case che si stende verso l'interno, protesi nel cuore dell'Argentina.
Il bus che ci porta verso il centro attraversa una gigantesca autostrada che taglia chilometri e chilometri di abitazioni.
È la notte di capodanno. Tutte le luci sono accese. Di molti appartamenti è possibile vedere i salotti illuminati, pieni di chissà quanta gente pronta a festeggiare. Vediamo i palazzoni, le classiche casette quadrate sudamericane con il tetto piatto, perennemente in costruzione. Vediamo strade deserte. Vediamo sotto un ponte l'immagine dolorosa di una distesa di disperati che dormono su materassi di fortuna, a cui sembra importare poco dell'arrivo di un nuovo anno privo di promesse. Entriamo nell'intimità di posti anonimi, che brulicano di vita.
Manca un'ora alla mezzanotte e si sentono i primi botti, che un forte vento dal mare porta via. Buenos Aires ci accoglie con le sue strade larghe, la sua umanità festosa e disordinata e ci sembra di essere stati qua pochi giorni fa.
Comincia il viaggio, o forse è lo stesso viaggio che non è mai finito ma solo ora ce ne accorgiamo.
Tanti auguri.
Buenos Aires è una città immensa, anche se alla fine noi stranieri vediamo solo i quartieri celebri e ignoriamo l'enorme distesa di case che si stende verso l'interno, protesi nel cuore dell'Argentina.
Il bus che ci porta verso il centro attraversa una gigantesca autostrada che taglia chilometri e chilometri di abitazioni.
È la notte di capodanno. Tutte le luci sono accese. Di molti appartamenti è possibile vedere i salotti illuminati, pieni di chissà quanta gente pronta a festeggiare. Vediamo i palazzoni, le classiche casette quadrate sudamericane con il tetto piatto, perennemente in costruzione. Vediamo strade deserte. Vediamo sotto un ponte l'immagine dolorosa di una distesa di disperati che dormono su materassi di fortuna, a cui sembra importare poco dell'arrivo di un nuovo anno privo di promesse. Entriamo nell'intimità di posti anonimi, che brulicano di vita.
Manca un'ora alla mezzanotte e si sentono i primi botti, che un forte vento dal mare porta via. Buenos Aires ci accoglie con le sue strade larghe, la sua umanità festosa e disordinata e ci sembra di essere stati qua pochi giorni fa.
Comincia il viaggio, o forse è lo stesso viaggio che non è mai finito ma solo ora ce ne accorgiamo.
Tanti auguri.
mercoledì 11 aprile 2012
Andamento lento
Ci dovevamo arrivare prima o poi. È stato un procedimento lungo, complesso. Partito da posizioni da yuppie, antifricchettone da sempre, sono salpato dal porto del mio ombelico, ho viaggiato, riflettuto e ho riattraccato trasformato in no global conservatore.
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domenica 5 febbraio 2012
Considerazioni a margine di una bufera di neve
Mercoledì sera chiacchierata con Franz all'enoteca Il Cavallante a Porta Romana. Posto carino e con selezione di vini dignitosissima, peccato che i gestori si rivelino sempre molto antipatici.
Alcune delle cose che ho imparato:
- il friulano di Sirch è un vino che consiglierei
- è difficile parlare di qualcosa di diverso dalle dinamiche lavorative se in ufficio ci passi almeno 10 ore al giorno (pranzo escluso)
- Gerard Berger è la società di consulenza del momento (qualunque cosa questo significhi)
- a Milano oggi conviene stare in affitto anziché comprare casa (ma, come si dice da tempo immemore, fra un anno i prezzi crolleranno)
- ci sarebbe tanto bisogno della pace nel mondo
- avere un coinquilino ti permette di attingere al suo parco cravatte garantendoti un deciso salto in avanti a livello di immagine
- fingere spudoratamente di riconoscere la gente che ti saluta chiamandoti per nome (ma dei quali non ricordi neanche dove vi siate conosciuti) è una tattica che alla lunga paga
- i rasta spesso guidano le M3
- una moglie a casa in attesa che torni il marito è capace di stirare 5 camicie, 4 magliette, 1 golf, 1 felpa, 1 tovaglia e contemporaneamente commuovesi guardando Lawrence d'Arabia in lingua originale
- guidare il motorino sul pavè quando nevica e c'è qualche grado sotto lo zero è pericoloso e c'è bisogno di affidarsi agli angeli custodi per tornare a casa integri
- gli angeli custodi non tradiscono
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mercoledì 1 febbraio 2012
Il criceto e la tartaruga
Dopo 3 mesi dal pagamento di un abbonamento annuale in palestra, sabato mi sono finalmente risolto a prestare il mio volto a una webcam a bassissima definizione per farmi fotografare e far figurare il mio volto (scuro e sgranatissimo) su una tesserina della 20-Hours, la catena discount dei body builder milanesi.
A fronte di un importo decisamente contenuto (frutto di abile contrattazione da parte di una moglie cammelliera), ho a disposizione una specie di enorme garage pieno di gente disposta a tutto pur di raggiungere il karma agognato dall'uomo moderno al quale si dà il nome di corpo tonico.
Faccio una rapida visita all'essenziale spogliatoio, infilo maglietta e pantaloncini Kalenji, finalmente fletto i muscoli e sono nel vuoto.
La segretaria, solerte, mi presenta l'istruttore, Aron, che mi prende subito sotto la sua ala, tra il deltoide del cobra e un bicipite grande come il mio busto.
Lo guardo, sorrido cordiale. Esordisco: "Io vorrei correre..."
Aron mi blocca: "Certo, 10 minuti di corsa. Quindi, addominali. Crunch". Vorrei fermarlo e dirgli, che, sì, possiamo fare tutto, anche il crunch, che mi sembra una marca di schifezze per adolescenti come il Mars e il Twix, ma queste attività hanno un ranking piuttosto in basso nella mia scala di priorità. Ma non c'è tempo, mi porta con lui. Si distende sul tappetino e, concentratissimo, comincia ad agitarsi.
"Dicevamo, addominali. Prima quelli alti. 20 ripetuti 3 volte. Quindi quelli bassi" e giù che si danna a farmi vedere come dovrei fare e a dimostrarmi che lui è in grado di effettuarne 12 serie da 80 senza neanche sudare. Inebetito, annuisco.
"Poi, potenziamento pettorali. Le macchine al piano di sopra. Full body, un mese". Mi faccio coraggio. Gli spiego che il mio obiettivo non è fare del mio fisico un modello per l'umanità e che, considerato che non faccio attività fisica da luglio scorso, è già un miracolo che riesca ancora a camminare.
Aron mi fissa, deluso. "Ah, ok. La macchina per correre è là" e se ne va.
Forse ho spezzato il cuore a un instruttore. Tremo all'idea di aprire l'homepage del Corriere e venire a sapere di un certo trainer (a Milano si dice così) che si sia nottetempo impiccato a un bilanciere, sfiduciato dalla sua incapacità di essere il guru del muscolo trapezio.
In ogni caso, dal mio punto di vista, ho finalmente carta bianca per fare quello che mi pare. Tra tutti i tapis roulant per correre, scelgo quello più tattico per sostenermi il morale. A sinistra, 45enne al terzo infarto al quale il cardiologo ha intimato di fare qualche tipo di attività fisica per levarsi la soddisfazione di scavallare almeno quota 50. A destra, signore obeso che, pur camminando, suda come una bestia. In mezzo, io, mingherlino e con la massa grassa di un hipster.
Finalmente, il mondo vede la nascita di un nuovo criceto. Davanti a noi, specchi. Dietro di noi, specchi. Corro. Io e i miei compagni di viaggio, passo dopo passo per rimanere sempre nello stesso punto, ci vediamo proiettati nell'infinito, milioni di criceti come noi che corrono alle nostre spalle, milioni di criceti come noi davanti. Ognuno nel suo silenzio, nel suo infarto, nella sua obesità, nelle sue ossa.
Accerchiato, smarrito, prendo l'iphone e mi caccio le cuffie nelle orecchie per non sentire i rantoli dei miei sodali. In modalità riproduzione causale, parto bene con un qualche successo dance dell'estate scorsa, tanta cassa allegria estate pelli abbronzate vacanze sole mojito. Non ho tenuto conto del gran caos che è la libreria musicale del mio telefono e della blasfema coesistenza tra canzoni fracassone e brani di lettura spirituale. Capita così che quando mi sto avviando a chiudere con brio il primo chilometro, parte una delle meditazioni di San Josemarìa che sono solito ascoltare quando vado a lavoro. Da quel momento, la cosa si ripete piuttosto spesso, intervallandomi Pitbull e David Guetta con "Il Cuore di Gesù, pace dei Cristiani" e passi dell'enciclica "Spe salvi" del nostro Papone BXVI. In cuor mio, mi riprometto di ovviare suddividendo le canzoni nelle due playlist "Spirito" e "Corpo" appena arrivato a casa.
La cosa bella di correre su una macchina stando fermi, è la possibilità di farsi un'idea del mondo che ci sta attorno. La palestra, in questo senso, permette di dare uno sguardo all'umanità nella sua versione più disperata. Ve lo posso confidare: ho visto esseri umani soffrire come bestie. Ho visto la sofferenza scolpita nei tratti delle persone, sfigurarne i volti, dilaniarne lo sguardo. Sforzi supremi, sfide impossibili. Tonnellate di ferro, del valore ben noto, sollevate con urla, sfidando quel grande nemico della gravità. Muscoli gonfi all'inverosimile, tendini tesi fino alla spasmo, tutto per cercare di avere un corpo perfetto.
Da un punto di vista umano, è stata un'esperienza superiore alle mie capacità di comprensione. La mia corsa di 35 minuti sul tapis roulant (oltre quanto mi aspettassi, lo confesso) è proseguita velocemente verso casa.
Ora so cosa sia il dolore. Se queste cose non le vivete non potete capire, non potete.
A fronte di un importo decisamente contenuto (frutto di abile contrattazione da parte di una moglie cammelliera), ho a disposizione una specie di enorme garage pieno di gente disposta a tutto pur di raggiungere il karma agognato dall'uomo moderno al quale si dà il nome di corpo tonico.
Faccio una rapida visita all'essenziale spogliatoio, infilo maglietta e pantaloncini Kalenji, finalmente fletto i muscoli e sono nel vuoto.
La segretaria, solerte, mi presenta l'istruttore, Aron, che mi prende subito sotto la sua ala, tra il deltoide del cobra e un bicipite grande come il mio busto.
Lo guardo, sorrido cordiale. Esordisco: "Io vorrei correre..."
Aron mi blocca: "Certo, 10 minuti di corsa. Quindi, addominali. Crunch". Vorrei fermarlo e dirgli, che, sì, possiamo fare tutto, anche il crunch, che mi sembra una marca di schifezze per adolescenti come il Mars e il Twix, ma queste attività hanno un ranking piuttosto in basso nella mia scala di priorità. Ma non c'è tempo, mi porta con lui. Si distende sul tappetino e, concentratissimo, comincia ad agitarsi.
"Dicevamo, addominali. Prima quelli alti. 20 ripetuti 3 volte. Quindi quelli bassi" e giù che si danna a farmi vedere come dovrei fare e a dimostrarmi che lui è in grado di effettuarne 12 serie da 80 senza neanche sudare. Inebetito, annuisco.
"Poi, potenziamento pettorali. Le macchine al piano di sopra. Full body, un mese". Mi faccio coraggio. Gli spiego che il mio obiettivo non è fare del mio fisico un modello per l'umanità e che, considerato che non faccio attività fisica da luglio scorso, è già un miracolo che riesca ancora a camminare.
Aron mi fissa, deluso. "Ah, ok. La macchina per correre è là" e se ne va.
Forse ho spezzato il cuore a un instruttore. Tremo all'idea di aprire l'homepage del Corriere e venire a sapere di un certo trainer (a Milano si dice così) che si sia nottetempo impiccato a un bilanciere, sfiduciato dalla sua incapacità di essere il guru del muscolo trapezio.
In ogni caso, dal mio punto di vista, ho finalmente carta bianca per fare quello che mi pare. Tra tutti i tapis roulant per correre, scelgo quello più tattico per sostenermi il morale. A sinistra, 45enne al terzo infarto al quale il cardiologo ha intimato di fare qualche tipo di attività fisica per levarsi la soddisfazione di scavallare almeno quota 50. A destra, signore obeso che, pur camminando, suda come una bestia. In mezzo, io, mingherlino e con la massa grassa di un hipster.
Finalmente, il mondo vede la nascita di un nuovo criceto. Davanti a noi, specchi. Dietro di noi, specchi. Corro. Io e i miei compagni di viaggio, passo dopo passo per rimanere sempre nello stesso punto, ci vediamo proiettati nell'infinito, milioni di criceti come noi che corrono alle nostre spalle, milioni di criceti come noi davanti. Ognuno nel suo silenzio, nel suo infarto, nella sua obesità, nelle sue ossa.
Accerchiato, smarrito, prendo l'iphone e mi caccio le cuffie nelle orecchie per non sentire i rantoli dei miei sodali. In modalità riproduzione causale, parto bene con un qualche successo dance dell'estate scorsa, tanta cassa allegria estate pelli abbronzate vacanze sole mojito. Non ho tenuto conto del gran caos che è la libreria musicale del mio telefono e della blasfema coesistenza tra canzoni fracassone e brani di lettura spirituale. Capita così che quando mi sto avviando a chiudere con brio il primo chilometro, parte una delle meditazioni di San Josemarìa che sono solito ascoltare quando vado a lavoro. Da quel momento, la cosa si ripete piuttosto spesso, intervallandomi Pitbull e David Guetta con "Il Cuore di Gesù, pace dei Cristiani" e passi dell'enciclica "Spe salvi" del nostro Papone BXVI. In cuor mio, mi riprometto di ovviare suddividendo le canzoni nelle due playlist "Spirito" e "Corpo" appena arrivato a casa.
La cosa bella di correre su una macchina stando fermi, è la possibilità di farsi un'idea del mondo che ci sta attorno. La palestra, in questo senso, permette di dare uno sguardo all'umanità nella sua versione più disperata. Ve lo posso confidare: ho visto esseri umani soffrire come bestie. Ho visto la sofferenza scolpita nei tratti delle persone, sfigurarne i volti, dilaniarne lo sguardo. Sforzi supremi, sfide impossibili. Tonnellate di ferro, del valore ben noto, sollevate con urla, sfidando quel grande nemico della gravità. Muscoli gonfi all'inverosimile, tendini tesi fino alla spasmo, tutto per cercare di avere un corpo perfetto.
Da un punto di vista umano, è stata un'esperienza superiore alle mie capacità di comprensione. La mia corsa di 35 minuti sul tapis roulant (oltre quanto mi aspettassi, lo confesso) è proseguita velocemente verso casa.
Ora so cosa sia il dolore. Se queste cose non le vivete non potete capire, non potete.
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martedì 31 gennaio 2012
Esperienza a bassa quota
Ho scoperto che andando dall'ufficio a Bisceglie fino a casa con l'andatura a 25km/h si prende un'onda verde sconvolgente. Mai trovato un semaforo rosso.
Considerato però che la traversata è durata 40 minuti, mantengo riserve sull'opportunità di ripetere l'esperimento in futuro.
Considerato però che la traversata è durata 40 minuti, mantengo riserve sull'opportunità di ripetere l'esperimento in futuro.
domenica 29 gennaio 2012
Hierosolyma, AD 13
"Il piccolo Gesù attende il babbo Giuseppe e la mamma Maria all'uscita ovest.
Ripetiamo, il piccolo Gesù attende il babbo Giuseppe e la mamma Maria all'uscita ovest.
Dindondindondindon! Si avvertono i gentili pellegrini che il tempio chiuderà alle ore 18."
Ripetiamo, il piccolo Gesù attende il babbo Giuseppe e la mamma Maria all'uscita ovest.
Dindondindondindon! Si avvertono i gentili pellegrini che il tempio chiuderà alle ore 18."
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domenica 1 gennaio 2012
Salbe on tour - Ultima crociata parte 1
Acquisizioni dopo meno di 18 ore dall'ingresso in Terrasanta:
- sistemazione in convento di domenicane poi rivelatosi un centro di neocatecumenali. Speriamo di non trovare stasera nessuno che suona il tamburo agitando una palma.
- tentare di andare a dormire per tre ore e scoprire che il momento in cui stai per prendere sonno coincide con quello del muezzin (ma questo varrebbe un post ad hoc).
- dormire tre ore e realizzare che la suddetta guesthouse house si trova in mezzo ai territori palestinesi, ma più che altro ai palestinesi.
- partecipazione alla Messa del primo dell'anno al Patriarcato latino di Gerusalemme presieduta dall'inavvicinabile patriarca Fouad. Lingue utilizzate: 6 (latino, arabo, italiano, francese, spagnolo, ebraico). Cori polifonici: 1. Padre nostro in arabo: incomprensibile.
- salita nelle stanze del millenario patriarcato latino di Gerusalemme con bacio dell'anello del padrone di casa che ci ha chiamato "tesori". Seguono grandi pacche sulle spalle.
- degustazione di pasticcini locali con un ambasciatore di origini ignote (bellissimo lui, bellissimi la moglie e i figli) e alcuni alti prelati dall'aspetto bonario. Ma a loro l'anello non lo abbiamo baciato.
- spostamento a betlemme accompagnati da un frate francescano canadese che ci ha fatto da guida insieme a degli sconosciuti italiani molto simpatici.
- passaggio sulla strada che entra nei territori palestinesi con vista su muro di cemento della discordia.
- blocco di soldati israeliani e perquisizione dell'autobus sul quale viaggiavamo. Mitra spianati: 2.
- visita alla cappella della Natività saltando la coda grazie alle buone leve della nostra guida.
- trovato ristorante grazie a una rete wifi non protetta nella città nuova. Grande Tripavisor.
- programmata la mattinata di domani con visita del Santo Sepolcro.
- sistemazione in convento di domenicane poi rivelatosi un centro di neocatecumenali. Speriamo di non trovare stasera nessuno che suona il tamburo agitando una palma.
- tentare di andare a dormire per tre ore e scoprire che il momento in cui stai per prendere sonno coincide con quello del muezzin (ma questo varrebbe un post ad hoc).
- dormire tre ore e realizzare che la suddetta guesthouse house si trova in mezzo ai territori palestinesi, ma più che altro ai palestinesi.
- partecipazione alla Messa del primo dell'anno al Patriarcato latino di Gerusalemme presieduta dall'inavvicinabile patriarca Fouad. Lingue utilizzate: 6 (latino, arabo, italiano, francese, spagnolo, ebraico). Cori polifonici: 1. Padre nostro in arabo: incomprensibile.
- salita nelle stanze del millenario patriarcato latino di Gerusalemme con bacio dell'anello del padrone di casa che ci ha chiamato "tesori". Seguono grandi pacche sulle spalle.
- degustazione di pasticcini locali con un ambasciatore di origini ignote (bellissimo lui, bellissimi la moglie e i figli) e alcuni alti prelati dall'aspetto bonario. Ma a loro l'anello non lo abbiamo baciato.
- spostamento a betlemme accompagnati da un frate francescano canadese che ci ha fatto da guida insieme a degli sconosciuti italiani molto simpatici.
- passaggio sulla strada che entra nei territori palestinesi con vista su muro di cemento della discordia.
- blocco di soldati israeliani e perquisizione dell'autobus sul quale viaggiavamo. Mitra spianati: 2.
- visita alla cappella della Natività saltando la coda grazie alle buone leve della nostra guida.
- trovato ristorante grazie a una rete wifi non protetta nella città nuova. Grande Tripavisor.
- programmata la mattinata di domani con visita del Santo Sepolcro.
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venerdì 30 dicembre 2011
L'educazione prima di tutto
Supermercato ora di pranzo.
"Nicoletta, tesoro, aspettami un attimo qui amore. Torno subito, torno subito. Subitosubitosubito! Prendo solo un po' di cosine per la pappa e ce ne andiamo. Va bene Nico??!
Aspetta, tesoro, che ti apro un po' il giubbottino.
Vai, dammi due minuti, arrivo subito amore!
Non tenermi il broncio, su!"
Questa scena è successa veramente. Io c'ero.
Mio cognato crede che tra l'educazione di un cane e quella di un figlio ci sia poca differenza.
Qui a Milano, sempre avanti, hanno pure applicato la proprietà transitiva.
Pure troppo.
S.
PS: Che sciocca, dimentico di riportare anche la risposta di Nicoletta. Anzi, di Nico.
Bau.
giovedì 29 dicembre 2011
Vittime eccellenti/5
Stappare un Brichet di Casa Coste Piane è sempre un'emozione. E' il classico vino che a scatola chiusa verrebbe scartato, perchè non politicamente corretto. Ci sarà qualcuno che nella sua torbidità vedrà un vino malato.
I progressisti lo tirano per la giacchetta, ma Casa Coste Piane è un prosecco molto reazionario. E' l'archetipo di ciò che non si dovrebbe fare oggi secondo i dettami comuni, ma si fa lo stesso per amore della tradizione e della propria storia. E' un monumento alla libertà di spirito, è scegliere quello che si è sempre stati e conservare ciò che del passato portiamo dentro.
In bocca all'inizio è un vino scorbutico, come i colleghi che non si scelgono ma si trovano. E allora tocca adattarsi. Richiede di mangiarci qualcosa su, di condividere qualcosa. E allora si scioglie, rimane sapido e fresco, piacevole a bersi, semplice come semplici dovrebbero essere i rapporti di lavoro, scevri di sovrastrutture, di invidie, di bassezze. E più si approfondisce e più si dovrebbe ritrovare chi siamo veramente, come questa glera che prende il nome da un contadino piccolo piccolo, una bottiglia sul cui fondo abbiamo trovato tanti lieviti morti, che hanno combattuto, perdendo, la loro battaglia per donare a noi, creature di Dio privilegiate, un'emozione speciale.
Poi bevi una magnum di barolo e ti chiedi se il piatto la reggerà, se gli ospiti saranno abbastanza assetati da rendergli onore. E qui si fa una scoperta, perché finisce tutto. Questo bestione timido al naso -un po' di confettura, un po' di liquirizia e poco altro- in bocca sa il fatto suo. Sa essere un collega saggio, che parla poco e dispensa piano piano quello che sa. E' ancora un po' ruvido in bocca, ma non brucia, scalda con la sua strutturona densa. Così il mondo non sembra a due dimensioni, ma ne acquista una terza che dà spessore, peso e, soprattutto, senso.
Casa Coste Piane - Brichet Glera naturalmente frizzante... - 85 punti
Bovio - Barolo DOCG Villa Arborina 2005 Magnum - 88 punti
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lunedì 12 dicembre 2011
Molti rimangono indietro
Partiamo da Milano nel tardo pomeriggio. Pioviggina. La macchina corre veloce verso le montagne.
Tante telefonate per trovare un alloggio libero. Un sito internet imbarazzante e un bed&breaskfast la cui costruzione ha richiesto l'abbattimento di una foresta.
Una cena fissata alla cieca. Un viottolo che si inerpica sulle montagne, dove la pioggia diventa neve, neve fitta. E attacca.
Ci si chiede se sia più pericolosa la strada o la polenta concia.
Uno stereo che suona rivisitazioni andine di brani celebri.
Leggere sul suo display che non tutto il mondo corre sempre più veloce, non tutti hanno l'ipod, non tutti quando hanno bisogno di una canzone la scaricano da internet e l'ascoltano con itunes.
Tante telefonate per trovare un alloggio libero. Un sito internet imbarazzante e un bed&breaskfast la cui costruzione ha richiesto l'abbattimento di una foresta.
Una cena fissata alla cieca. Un viottolo che si inerpica sulle montagne, dove la pioggia diventa neve, neve fitta. E attacca.
Ci si chiede se sia più pericolosa la strada o la polenta concia.
Uno stereo che suona rivisitazioni andine di brani celebri.
Leggere sul suo display che non tutto il mondo corre sempre più veloce, non tutti hanno l'ipod, non tutti quando hanno bisogno di una canzone la scaricano da internet e l'ascoltano con itunes.
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lunedì 5 dicembre 2011
Best place to work Award 2011 - Christmas Special edition
lunedì 28 novembre 2011
Non sottovalutate mai un tacco
Domenica di compleanni. Domenica di campagna. Chi fa la passeggiata con un bicchiere di spumante in mano, chi vola in elicottero, chi seppellisce opere d'arte, chi dorme e chi piglia pesci. Chi i pesci non li piglia di sicuro, visto che è tutto novembre che non piove e le trote salmonate del fiume artificiale della campagna non hanno avuto certamente vita facile. Chi mangia dolci e chi finisce i fegatini, chi prende le lenticchie, nuovo metodo anti crisi. Infallibile.
Chi cerca tacchi, dispersi per un bosco. E chi cerca trova.
E spesso non ritrova solo un tacco. Ne trova due. E molto, molto di più.
Due parole, uno sguardo. A volte basta dire "mi sei mancata tanto". A volte no, ma è sempre un buon inizio.
Uscire di casa e vedere il profilo delle colline nere nella sera, con un cielo che dal magenta arriva fino al blu notte. Dio per le sfumature deve avere le Caran d'Ache - che la mia mamma mi faceva usare solo per le grandi occasioni.
È notte, in autostrada. Tanta nebbia. È tutta una questione di pudore. La pianura padana si vergogna. Si vergogna e si copre. Un asciugamano di nebbia addosso. Anche con tutte le stelle del mondo accese su di lei, non potrebbe mai essere più bella di casa.
Chi cerca tacchi, dispersi per un bosco. E chi cerca trova.
E spesso non ritrova solo un tacco. Ne trova due. E molto, molto di più.
Due parole, uno sguardo. A volte basta dire "mi sei mancata tanto". A volte no, ma è sempre un buon inizio.
Uscire di casa e vedere il profilo delle colline nere nella sera, con un cielo che dal magenta arriva fino al blu notte. Dio per le sfumature deve avere le Caran d'Ache - che la mia mamma mi faceva usare solo per le grandi occasioni.
È notte, in autostrada. Tanta nebbia. È tutta una questione di pudore. La pianura padana si vergogna. Si vergogna e si copre. Un asciugamano di nebbia addosso. Anche con tutte le stelle del mondo accese su di lei, non potrebbe mai essere più bella di casa.
lunedì 21 novembre 2011
Vorrei ringraziare
Lunedì. Il giorno odiato, la pecora nera della settimana, la pietra legata al collo, il giogo millenario. E invece, in netta controtendenza, la mia settimana parte alla grande. Buon lunedì da grande domenica, come dicevano gli antichi. Il trucco c'è e non è nemmeno troppo difficile trovarlo. Quindi urgono i ringraziamenti.
Vorrei ringraziare il lardo, croce e delizia di Albe e della sua (defunta) cistifellea. Il miele insieme alle castagne, come piacevano tanto al mio babbo, capace di finirsi i barattoli da solo. La pasta fatta in mano che cuoce in un minuto e in un secondo ti rende chiaro quanto ti voglia bene chi la prepari per te. Grazie alle 5 bottiglie scolate facilissimamente e alla Signora Mascarello, regina indiscussa del galateo e dell'ospitalità. Grazie ai sommelier francesi e alle idiozie che regalano ogni volta. Grazie a chi non mi fa mai pesare di bere troppo (acqua e non). Grazie all'Eau de camino che rimane dovunque, così posso ancora sentire sul mio golf il profumo della giornata di ieri. Grazie al gatto (ma don't say cat if you don't have in the sac). Grazie ai cardi, alla dietologa che ci ha regalato un pranzo incredibile praticamente a calorie 0. Grazie ai viaggi e ai fotografi. Agli aziendalisti e a chi scopre i tunnel aziendali, dove ancora giacciono dimenticate ossa di sindacalisti.
Grazie al panorama astigiano capace veramente di aprirci gli occhi, il cuore. Grazie a Zonco, Ronco, Tonco e alla volta che ci è preso quasi un Cocconato. Grazie all'abbiocco, ai sigari e a tutte le cose che ora non mi vengono in mente.
Grazie ai Krumiri rotti e a chi piace guidare nella nebbia.
Insomma, grazie agli amici, perché senza di loro saremmo la metà di quello che siamo.
S.
Vorrei ringraziare il lardo, croce e delizia di Albe e della sua (defunta) cistifellea. Il miele insieme alle castagne, come piacevano tanto al mio babbo, capace di finirsi i barattoli da solo. La pasta fatta in mano che cuoce in un minuto e in un secondo ti rende chiaro quanto ti voglia bene chi la prepari per te. Grazie alle 5 bottiglie scolate facilissimamente e alla Signora Mascarello, regina indiscussa del galateo e dell'ospitalità. Grazie ai sommelier francesi e alle idiozie che regalano ogni volta. Grazie a chi non mi fa mai pesare di bere troppo (acqua e non). Grazie all'Eau de camino che rimane dovunque, così posso ancora sentire sul mio golf il profumo della giornata di ieri. Grazie al gatto (ma don't say cat if you don't have in the sac). Grazie ai cardi, alla dietologa che ci ha regalato un pranzo incredibile praticamente a calorie 0. Grazie ai viaggi e ai fotografi. Agli aziendalisti e a chi scopre i tunnel aziendali, dove ancora giacciono dimenticate ossa di sindacalisti.
Grazie al panorama astigiano capace veramente di aprirci gli occhi, il cuore. Grazie a Zonco, Ronco, Tonco e alla volta che ci è preso quasi un Cocconato. Grazie all'abbiocco, ai sigari e a tutte le cose che ora non mi vengono in mente.
Grazie ai Krumiri rotti e a chi piace guidare nella nebbia.
Insomma, grazie agli amici, perché senza di loro saremmo la metà di quello che siamo.
S.
venerdì 18 novembre 2011
Vittime eccellenti/4
Si arriva tardi perchè ci si vuole presentare con una torta. Potrei andare a comprarla ma preferisco fare qualcosa con le mie mani.
Un prosecco spontaneo e brillante come un amico che in piena notte cerca in mutande di catturare un criceto che si nasconde negli anfratti più incredibili della casa.
Un naso un po’ timido, ma al primo assaggio si apre in bocca fine ed elegante, un equilibrio sul filo del rasoio tra acidità e un velo morbido di tannini, gli uni in perenne contrasto sugli altri. Una semplicità pensosa e profonda, come chi ha uno zoo in casa, un bassotto generoso e un padre scoperto a bere il caffè al bar dopo essersi fatto spianare la strada predicando ritardi catastrofici.
Un Recioto di Soave da commozione, dolce come strappare al caso un bacio su una pista d’aeroporto.
E così facciamo notte, notte fonda.
Prosecco “del contadino di Matte” vinificato zona Conegliano – 80 punti
Kellerei Terlan - Montigl Riserva AA DOC Blauburgunder 2008 – 86 punti
Balestri Valda – Recioto di Soave DOCG 2007 – 85 punti
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venerdì 14 ottobre 2011
Avviso per la particella di sodio
Ma secondo voi è possibile tagliarsi il palmo della mano alle 8,47 della mattina, per aprire una - apparentemente - innocua bottiglia di acqua?
Secondo me, rispolverando i miei ricordi di teoria tutela del consumatore, ci sono gli estremi per una denuncia.
S.
Secondo me, rispolverando i miei ricordi di teoria tutela del consumatore, ci sono gli estremi per una denuncia.
S.
giovedì 13 ottobre 2011
Il mio piccolo Big Bang
Ieri ho vissuto il mio piccolo Big Bang personale e vi esorto a scoprirlo tutti, nelle vostre vite, nella vostra giornata (anche se vi sembra infinita, con una febbriciattola che si è affezionata particolarmente a voi), a lasciare che vi sconvolga, che vi scompigli un po' i capelli e che vi faccia un po' di calduccio ai piedi (beh, si parla di temperature elevate, mica da ridere!).
Tutto è partito da qui: da una discussione con la mamma sulla tecnologia.
Leggevo interessata l'articolo sugli Amish ribelli, ridendo al pensiero che questi, per farsi i dispetti, si tagliassero nel sonno barba e capelli (mio incubo costante alle elementari) e mia mamma commenta:
"Beh, questi non hanno nemmeno la televisione..."
Io commento - a voce alta - "Per quello fanno bene!"
In men che non si dica ci siamo ritrovate a discutere animatamente su nuove tecnologie e internet: la mamma arroccatissima sulla sua posizione (nonmiinteressanonlovogliosaperemeglioleggereunlibro) e io, da brava - quasi - nativa digitale che, testarda, continuavo a dirle che non si rende nemmeno conto di quello che la tecnologia possa fare per lei, che non sostituisce nessun libro, ma la arricchisce di altri servizi. Servizi che lei non vuole nemmeno sapere quali potrebbero essere, prima di dire: grazie non mi interessa. Andiamo! Si è comprata un iphone e non ha mandato mai nemmeno un sms (NDA il 90% di quest'ultima affermazione è stato dettato dall'invidia che mia mamma abbia un iphone e io un nokia scassato)!
Ieri però, proprio in uno di quei minuti uguali di tutta la giornata, uno di quelli dove non sta succedendo nulla di sconvolgente, un messaggio. Il Big Bang.
"Ciao, buon giorno come vedi ho imparato ha mandare messaggi! Con tanto punteggiatura. Un grande bacio a tutti e due"
E, un minuto dopo:
"Rileggendo ho visto un grosso errore conservalo me lo potrai sempre ricordare"
Buona giornata (e buon big bang!) a tutti!
S.
PS: Per la mamma Tati: hip hip...
Tutto è partito da qui: da una discussione con la mamma sulla tecnologia.
Leggevo interessata l'articolo sugli Amish ribelli, ridendo al pensiero che questi, per farsi i dispetti, si tagliassero nel sonno barba e capelli (mio incubo costante alle elementari) e mia mamma commenta:
"Beh, questi non hanno nemmeno la televisione..."
Io commento - a voce alta - "Per quello fanno bene!"
In men che non si dica ci siamo ritrovate a discutere animatamente su nuove tecnologie e internet: la mamma arroccatissima sulla sua posizione (nonmiinteressanonlovogliosaperemeglioleggereunlibro) e io, da brava - quasi - nativa digitale che, testarda, continuavo a dirle che non si rende nemmeno conto di quello che la tecnologia possa fare per lei, che non sostituisce nessun libro, ma la arricchisce di altri servizi. Servizi che lei non vuole nemmeno sapere quali potrebbero essere, prima di dire: grazie non mi interessa. Andiamo! Si è comprata un iphone e non ha mandato mai nemmeno un sms (NDA il 90% di quest'ultima affermazione è stato dettato dall'invidia che mia mamma abbia un iphone e io un nokia scassato)!
Ieri però, proprio in uno di quei minuti uguali di tutta la giornata, uno di quelli dove non sta succedendo nulla di sconvolgente, un messaggio. Il Big Bang.
"Ciao, buon giorno come vedi ho imparato ha mandare messaggi! Con tanto punteggiatura. Un grande bacio a tutti e due"
E, un minuto dopo:
"Rileggendo ho visto un grosso errore conservalo me lo potrai sempre ricordare"
Buona giornata (e buon big bang!) a tutti!
S.
PS: Per la mamma Tati: hip hip...
giovedì 22 settembre 2011
Un massacro
Mercoledì sera. Cinema, cinema, cinema, soprattutto dopo aver scoperto (dopo 2 anni) che con la 3 posso vedere un film gratis alla settimana. Vabbè, meglio tardi che mai.
Con due amici andiamo a vedere Carnage. Sull'onda dell'esaltazione (e convinti che potrebbe scalare la top ten, dopo aver sentito la battuta "ieri ho visto in TV Jane Fonda, dopo di che volevo comprare un poster del Ku-Klux-Klan”) puntiamo subito la libreria per comprarci, come tre bravi scolaretti, "Il Dio del massacro", da cui è tratto il film. Opera teatrale, nemmeno 100 pagine.
Ci salutiamo e ognuno torna alla sua vita o alle sue battaglie, che dir si voglia. Infatti so che a casa c'è un mostro che mi attende, sul divano, da più di 4 giorni.
Driiiiiiiiinn. Maledetta sveglia. Stamattina non sopravviveremo entrambe. O tu, o io.
Messaggio di Tommaso. Io ho finito il Dio del massacro. E tu?
Io ho finito la roba da stirare. Circa alle 2 di notte.
Non so se sia stato un Dio, ma sicuramente è stato un massacro.
S.
Con due amici andiamo a vedere Carnage. Sull'onda dell'esaltazione (e convinti che potrebbe scalare la top ten, dopo aver sentito la battuta "ieri ho visto in TV Jane Fonda, dopo di che volevo comprare un poster del Ku-Klux-Klan”) puntiamo subito la libreria per comprarci, come tre bravi scolaretti, "Il Dio del massacro", da cui è tratto il film. Opera teatrale, nemmeno 100 pagine.
Ci salutiamo e ognuno torna alla sua vita o alle sue battaglie, che dir si voglia. Infatti so che a casa c'è un mostro che mi attende, sul divano, da più di 4 giorni.
Driiiiiiiiinn. Maledetta sveglia. Stamattina non sopravviveremo entrambe. O tu, o io.
Messaggio di Tommaso. Io ho finito il Dio del massacro. E tu?
Io ho finito la roba da stirare. Circa alle 2 di notte.
Non so se sia stato un Dio, ma sicuramente è stato un massacro.
S.
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