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giovedì 1 settembre 2011

Piuttosto che parlare banalmente come voi mi taglio la lingua / 2

"Piuttosto che".
La prima volta che in mia presenza un amico disinvolto e gaudente usò "piuttosto che" con valenza avversativa, anni fa, rimasi sbigottito, convinto di aver capito male. "Sai, Albert, questo è un modello fantastico. Lo puoi usare da un sacco di parti: in progettazione, piuttosto che in fase di test, piuttosto che in produzione...".
Piuttosto che.
Il bel mondo straripa di piuttosto che, con quel retrogusto snob che sa molto di famiglia facoltosa del nord. Percepisco che l'allure estremo è raggiunto quando la frase si interrompe a metà, con un piuttosto che che lascia presagire le altre numerose possibili alternative, come fosse l'etc. delle conversazioni di alto livello.
Preferisco rimanere a casa piuttosto che andare a lavorare. L'esempio non è edificante ma è chiaro. Semplice. Non o l'una o l'altra, ma, tra le due, una più dell'altra.
Piuttosto che, potius quam.
L'indifferentismo ci ha consegnato una locuzione deforme. Il bianco e il nero delle nostre preferenze si sciolgono in un grigio anonimato.
Accettare il "piuttosto che" avversativo è avvallare che la cacofonia prenda il sopravvento sull'armonia di un semplice "o", diretto come il suo frequente utilizzo richiederebbe.
Accettare il "piuttosto che" avversativo è accettare che il bello non si accompagni più al giusto ma dipenda dalle mutevoli inclinazioni del momento.
Accettare il "piuttosto che" avversativo è condividere un'entropia linguistica che porterà l'universo a una morte per omologazione.
Non sempre assisto silenzioso a questo suicidio. Complice una certa confidenza, famelico, mi avvento sulle mie prede e ci gioco come il gatto fa col topo. Semino il dubbio e la casa costruita sulla sabbia si disfa rovinosamente e ciò che resta è un farfugliato "sì, però si dice...". Non basta. Per i seguaci del piuttosto che sarebbe appropriata la gogna e quattro ore di conversazione coatta con Marco Travaglio. No, forse no, questo sarebbe davvero troppo severo.

A.

ps. a chi volesse redimersi o abbandonare la guerra silenziosa, cominciando ad alzare la voce, chiedo di unirsi a noi qui e qui.

(2 - continua)

mercoledì 3 novembre 2010

Piuttosto che parlare banalmente come voi mi taglio la lingua




Chi ne sa più degli altri insegna che la lingua evolve con l'uso. Ammetto che questa tesi sia in linea di principio condivisibile.
D'altra parte però, essa pone questioni che il mio animo reazionario e asburgico trova dure da accettare. Alle elementari ci hanno insegnato la grammatica e la sintassi, la filosofia (più che la verità) ci ha insegnato che sulle parole qualcuno ha costruito una fama imperitura e Umberto Eco potrebbe mettere la sua barba a disposizione per una lezione introduttiva alla semiotica lunga sei settimane. Accetterei che la lingua evolvesse sulla base delle necessità. Per intendersi, se non c'è più bisogno che qualcuno venda civaie al mercato, allora l'uso di "civaiolo" andrà scemando fino a rimanere in qualche dizionario ben fatto con un'indicazione che lo identifichi come desueto. Bene.
Il discorso cambia se per qualche oscura ragione, termini che hanno avuto un significato per generazioni, tutt'a un tratto dismettono i loro panni per snaturarsi in qualcosa di diverso e, in alcuni casi, più esteso.

Non mi meraviglio che il popolo bue abbia un lessico povero. Sbigottisco che gli stupri linguistici attecchiscano anche nel mondo del business e proliferino nelle cosiddette classi dirigenti.

In questi contesti la lingua evolve secondo mode che nascono dagli abissi di ignoranza di coloro che sono caduti nella trappola della scuola postsessantottina, plasmati dalla tv, fashion victim e in molti casi provenienti da parti d'Italia dove l'italiano è una lingua straniera.

La lingua è storpiata, avvilita, calpestata, manomessa, vilipesa. Le parole sono svuotate di senso, alcuni fortunati vocaboli hanno un significato che si estende da capo Horn al mare di Hudson.

Milano, contaminata dal fiume di disperati che vi si riversa in cerca di fortuna, è la vetrina ideale per osservare le nuove tendenze linguistiche.

(0 - continua)