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venerdì 10 febbraio 2012

Promozioni

È quasi San Valentino. Certa che quel povero santo si sarebbe fatto decapitare all'istante se avesse potuto vedere l'ambaradan che si scatena ogni anno per il suo onomastico, vivo la mia vita cercando di far finta che la data non esista. Ma è difficile non scontrarsi contro il 14 di febbraio. Soprattutto in palestra. Da una settimana - perché si parte per tempo - cartelloni rossi con tanti, tanti cuori riempiono le stanze del seminterrato che per semplicità chiamiamo palestra.
Sul cartellone puoi appendere dei post it (rosa) con il tuo numero di telefono e il tuo nome. Non si capisce bene che cosa dovrebbe succedere: immagino che uno peschi a caso un nome e chiami il numero. Cosa venga dopo è meglio tacerlo.
Comunque io non sono interessata. Ma ieri mi bloccano all'ingresso.
"Saschia!"
"..."
"Abbiamo un super super promozione per te."
A parte che se dici super super promozione un'altra volta, tento di suicidarmi con il tapis roulant, provo ad aggiungere "Sì, grazie del pensiero, ma vorrei far notare che ho appena rinnovato l'abbonamento per due anni..."
"Eh! Ma è una super super promozione!"
Vabbè, contro le super super promozioni che ci vuoi fare "Dimmi."
"Allora è la promozione San Valentino: 10 anni, 500 euro."
"Ma io francamente tra 10 anni spererei di non essere qui" (e di potermi permettere non dico di avere di nuovo un cavallo, ma almeno di andare a giocare a tennis).
"Ma nessun problema, puoi dividere con qualcuno: 5 e 5."
"Anche 5 anni mi sembrano un orizzonte un po' lunghino."
"Ma nessun problema, puoi venderlo!"
"Venderlo? A chi lo vendo scusa?"
"Ma cara, là fuori è pieno di gente che non vorrebbe altro!"

Mi sembra di essere in un aereo della Ryanair, dove non riesci a leggere 1, dico 1, riga di un libro senza essere interrotto da una voce metallica e ti vuole appioppare qualcosa. Inutile opporsi.
Vado a buttarmi in questo mondo entusiasmante, pieno di gente che non vorrebbe altro che un abbonamento decennale per palestra.
Vi auguro una buona giornata.

S.

mercoledì 1 febbraio 2012

Il criceto e la tartaruga

Dopo 3 mesi dal pagamento di un abbonamento annuale in palestra, sabato mi sono finalmente risolto a prestare il mio volto a una webcam a bassissima definizione per farmi fotografare e far figurare il mio volto (scuro e sgranatissimo) su una tesserina della 20-Hours, la catena discount dei body builder milanesi.


A fronte di un importo decisamente contenuto (frutto di abile contrattazione da parte di una moglie cammelliera), ho a disposizione una specie di enorme garage pieno di gente disposta a tutto pur di raggiungere il karma agognato dall'uomo moderno al quale si dà il nome di corpo tonico.
Faccio una rapida visita all'essenziale spogliatoio, infilo maglietta e pantaloncini Kalenji, finalmente fletto i muscoli e sono nel vuoto.
La segretaria, solerte, mi presenta l'istruttore, Aron, che mi prende subito sotto la sua ala, tra il deltoide del cobra e un bicipite grande come il mio busto.
Lo guardo, sorrido cordiale. Esordisco: "Io vorrei  correre..."
Aron mi blocca: "Certo, 10 minuti di corsa. Quindi, addominali. Crunch". Vorrei fermarlo e dirgli, che, sì, possiamo fare tutto, anche il crunch, che mi sembra una marca di schifezze per adolescenti come il Mars e il Twix, ma queste attività hanno un ranking piuttosto in basso nella mia scala di priorità. Ma non c'è tempo, mi porta con lui. Si distende sul tappetino e, concentratissimo, comincia ad agitarsi.
"Dicevamo, addominali. Prima quelli alti. 20 ripetuti 3 volte. Quindi quelli bassi" e giù che si danna a farmi vedere come dovrei fare e a dimostrarmi che lui è in grado di effettuarne 12 serie da 80 senza neanche sudare. Inebetito, annuisco.
"Poi, potenziamento pettorali. Le macchine al piano di sopra. Full body, un mese". Mi faccio coraggio. Gli spiego che il mio obiettivo non è fare del mio fisico un modello per l'umanità e che, considerato che non faccio attività fisica da luglio scorso, è già un miracolo che riesca ancora a camminare.
Aron mi fissa, deluso. "Ah, ok. La macchina per correre è là" e se ne va.


Forse ho spezzato il cuore a un instruttore. Tremo all'idea di aprire l'homepage del Corriere e venire a sapere di un certo trainer (a Milano si dice così) che si sia nottetempo impiccato a un bilanciere, sfiduciato dalla sua incapacità di essere il guru del muscolo trapezio.


In ogni caso, dal mio punto di vista, ho finalmente carta bianca per fare quello che mi pare. Tra tutti i tapis roulant per correre, scelgo quello più tattico per sostenermi il morale. A sinistra, 45enne al terzo infarto al quale il cardiologo ha intimato di fare qualche tipo di attività fisica per levarsi la soddisfazione di scavallare almeno quota 50. A destra, signore obeso che, pur camminando, suda come una bestia. In mezzo, io, mingherlino e con la massa grassa di un hipster.
Finalmente, il mondo vede la nascita di un nuovo criceto. Davanti a noi, specchi. Dietro di noi, specchi. Corro. Io e i miei compagni di viaggio, passo dopo passo per rimanere sempre nello stesso punto, ci vediamo proiettati nell'infinito, milioni di criceti come noi che corrono alle nostre spalle, milioni di criceti come noi davanti. Ognuno nel suo silenzio, nel suo infarto, nella sua obesità, nelle sue ossa. 
Accerchiato, smarrito, prendo l'iphone e mi caccio le cuffie nelle orecchie per non sentire i rantoli dei miei sodali. In modalità riproduzione causale, parto bene con un qualche successo dance dell'estate scorsa, tanta cassa allegria estate pelli abbronzate vacanze sole mojito. Non ho tenuto conto del gran caos che è la libreria musicale del mio telefono e della blasfema coesistenza tra canzoni fracassone e brani di lettura spirituale. Capita così che quando mi sto avviando a chiudere con brio il primo chilometro, parte una delle meditazioni di San Josemarìa che sono solito ascoltare quando vado a lavoro. Da quel momento, la cosa si ripete piuttosto spesso, intervallandomi Pitbull e David Guetta con "Il Cuore di Gesù, pace dei Cristiani" e passi dell'enciclica "Spe salvi" del nostro Papone BXVI. In cuor mio, mi riprometto di ovviare suddividendo le canzoni nelle due playlist "Spirito" e "Corpo" appena arrivato a casa.


La cosa bella di correre su una macchina stando fermi, è la possibilità di farsi un'idea del mondo che ci sta attorno. La palestra, in questo senso, permette di dare uno sguardo all'umanità nella sua versione più disperata. Ve lo posso confidare: ho visto esseri umani soffrire come bestie. Ho visto la sofferenza scolpita nei tratti delle persone, sfigurarne i volti, dilaniarne lo sguardo. Sforzi supremi, sfide impossibili. Tonnellate di ferro, del valore ben noto, sollevate con urla, sfidando quel grande nemico della gravità. Muscoli gonfi all'inverosimile, tendini tesi fino alla spasmo, tutto per cercare di avere un corpo perfetto.
Da un punto di vista umano, è stata un'esperienza superiore alle mie capacità di comprensione. La mia corsa di 35 minuti sul tapis roulant (oltre quanto mi aspettassi, lo confesso) è proseguita velocemente verso casa.
Ora so cosa sia il dolore. Se queste cose non le vivete non potete capire, non potete.