Farina di castagne acqua latte pinoli uvetta - niente uvetta in casa, pace - e zucchero.
Lo zucchero non ci vorrebbe ma io abbondo. Me lo ricordo sai che dicevi sempre:
"Bono l'è bono, ma manca un pochinino di zucchero Tatiana".
Mentre impasto, guardo il sacchetto della farina, la farina che ti mangiavi con
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mercoledì 12 dicembre 2012
venerdì 27 luglio 2012
Musica sparata nelle orecchie
Ascolto la musica e penso a te.
A tutte le volte che la sparavi forte dalla mansarda. Buffo. Se la mettevamo noi dal piccolo stereo delle nostre camere pioveva una grandine di urla e ci dicevi di abbassare, minacciando che saremmo diventate sorde (nel mio caso forse avevi ragione). Mi ricordo ancora quando mi trinceravo nella mia stanza quindicenne con le coppe, i peluche e i Nirvana ed entravi all'improvviso urlando di spegnere quel troiaio. E poi tu, dal tuo stereo potentissimo con così tante casse che da piccola non sono mai riuscita a far funzionare contemporaneamente, mettevi la tua musica a tutto volume, che non solo si sentiva da tutta la casa, ma anche dal giardino.
Una collina di Baroncelli sonora. Un ingorgo sonoro di Bagno a Ripoli.
Era perché non lo volevi dire a chiare lettere, per non sembrare meno forte, ma volevi segnalare, a modo tuo, che eri di buon umore. Ad averlo capito prima, ne avrei approfittato...
Ieri notte ti ho sentito. Facevi piano, forse per non svegliarmi, come quando venivi in camera mia, quando ero piccola, la notte di capodanno, per bagnarmi le labbra con lo spumante. Secco. Quello dolce non lo hai mai sopportato, come non lo sopporto io.
Pensavi che non ti sentissi, ma ti sentivo eccome. Così, allo stesso modo, è successo ieri.
Lo so che facevi piano perché non volevi che me ne accorgessi. Perché pensi che debba camminare da sola. Perché non vuoi far vedere che mi segui.
Mi sono messa la mano sulla spalla e ti ho fregato. Ho sentito la tua. E ha stretto la mia spalla.
Mi dice che sono forte.
E non ho più paura di nulla.
sabato 14 luglio 2012
Preghiera per il mio babbo
Esiste un gioco in cui si chiede a dei bambini di fare uno scarabocchio
su un foglio. Una serie casuale di linee e curve, senza ordine.
Appena finito di fare lo scarabocchio, ai bambini viene preso il foglio e
viene dato a un pittore, che ha tre minuti di tempo per trasformare lo
scarabocchio in un disegno.
In tre minuti quelle righe a caso, quei punti, quei tondi, vanno sempre
a posto, in ordine, e tutto quello che sembrava brutto e a cui non eravamo
riusciti a trovare un perché, di colpo, sotto le mani del pittore, prende
senso.
Non è un caso. Il pittore riesce sempre a convertire gli scarabocchi in
un disegno.
Ogni volta diverso. Ogni volta bellissimo.
Mi piace pensare che Dio sia come quel pittore.
Noi ne avevamo tanti di scarabocchi: le cose più brutte che abbiamo
pensato, quelle che ci hanno fatto soffrire, le urla dalla mansarda, le
litigate, i momenti in cui non ci siamo capiti, i nocchini, i bernoccoli, i
brillanti persi e dispersi, i morbi, le sigarette, le malattie, i silenzi.
Li abbiamo consegnati tutti. E dietro, dietro a quello che non aveva
senso, hanno fatto capolino gli occhi azzurri del babbo, la sua onestà, lealtà, i suoi
uccellini disegnati, la testa da mostro fatta con il cartone del Pandoro, il
suo fischiettare.
Dietro a quello che non aveva senso, ha fatto capolino un capolavoro che
noi ancora non riusciamo nemmeno a immaginare.
Signore, ti preghiamo per questo. Perché Tu tenga stretti tutti i nostri
scarabocchi e ci faccia vedere come da quello che non capiamo possa nascere
davvero un capolavoro.
lunedì 9 aprile 2012
Frammenti di Pasqua
"Allora io vado."
Silenzio. Un bacio.
"Babbo? Io vado."
Apre gli occhi, verso la mamma.
"Hai sentito?"
Cosa? Che cosa hai sentito?
Ne parla a lei, solo a lei, come di un segreto dolcissimo e fragile.
"Ha detto Babbo..."
Ma certo che l'ho detto.
"... Ha detto Babbo: la cosa più importante."
"Io vado Babbo."
"Ciao Milano."
"Ciao Firenze... Torno tra due settimane. Va bene?"
Nessuna risposta.
Buoni frammenti di Pasqua a tutti. Da conservare in un luogo fresco e asciutto, come quelli delle uova di cioccolato.
Silenzio. Un bacio.
"Babbo? Io vado."
Apre gli occhi, verso la mamma.
"Hai sentito?"
Cosa? Che cosa hai sentito?
Ne parla a lei, solo a lei, come di un segreto dolcissimo e fragile.
"Ha detto Babbo..."
Ma certo che l'ho detto.
"... Ha detto Babbo: la cosa più importante."
"Io vado Babbo."
"Ciao Milano."
"Ciao Firenze... Torno tra due settimane. Va bene?"
Nessuna risposta.
Buoni frammenti di Pasqua a tutti. Da conservare in un luogo fresco e asciutto, come quelli delle uova di cioccolato.
lunedì 19 marzo 2012
Auguri babbo
Stamattina in chiesa parlavano di San Giuseppe. Un uomo mite, pacato, che ha affrontato con docilità quello che la vita gli ha posto davanti.
Stamattina in chiesa ho pensato al mio babbo. Al mio babbo che del carattere di San Giuseppe ha poco. Come me del resto.
Al mio babbo che dei miti avrebbe detto bischeri, dei pacati stupidi e dei docili pecore.
Tutti segni che mi porto addosso.
Stamattina in chiesa ho pensato a me, che sono come lui, più di quello che so.
Ho pensato: adesso lo chiamo e gli faccio gli auguri.
No, aspetta.
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domenica 25 dicembre 2011
CDA | 25
BABBO
Quando, lontano da casa, chiamo mio padre babbo, sono oggetto della scherzosa derisione dei presenti. Qua al nord, babbo significa ben altro. Non so dove ci porterà la vita, ma ho sempre detto che se crescerò un figlio lontano da Firenze, mi dovrà chiamare babbo, come ha fatto mio padre, il nonno e tutti quelli prima di me.
Sarò sincero. Se mai un figlio mi chiamasse papà, allora:
1) gli rifilerei un manrovescio
2) gli farei presente che papà lo fa la tromba
3) lo butterei dalla rupe Tarpea
Babbo e papà sono due sostantivi semplici, come tutte le parole pronunciate dai bambini. Entrambi suonano semplici e familiari. Tuttavia, babbo è più complesso di papà, il suo suono seppur infantile è più articolato, come si conviene a una razzaccia più cervellotica e perfezionista.
Babbo, però, per noi è qualcosa di più. Babbo è un marchio di fabbrica. Babbo è il primo segno distintivo di appartenenza di una creatura. Diversamente da tante altre parole, delle quali qua ne vedete riportate solo alcune, babbo è la prima che è marchiata a fuoco sulla pellaccia dura dei toscani. Babbo è un epiteto identitario che richiama la nostra origine e ci segna indelebilmente per tutta l'esistenza. Passeranno gli anni, ma un babbo rimarrà sempre tale e non potrà mai diventare un papà.
E allora tra milioni di persone ci potremo riconoscere, magari nel grande assembramento che ci sarà il giorno del giudizio, quando saremo tutti là ad aspettare il nostro turno, sentendoci chiamare uno a uno. Potremmo sentire qualcuno che preso dall'ansia si maledica "me lo diceva, il mio po'ero babbo, che a fare il bischero si va all'inferno". Andremo allora ad abbracciarlo e gli diremo che, in fondo, anche se all'inferno ci toccherà andarci per davvero, almeno sappiamo che sulla terra abbiamo vissuto prendendoci gioco della vita e del mondo e che, almeno per qualche anno, abbiamo vissuto un po' di quel paradiso che è la toscanità.
Quando, lontano da casa, chiamo mio padre babbo, sono oggetto della scherzosa derisione dei presenti. Qua al nord, babbo significa ben altro. Non so dove ci porterà la vita, ma ho sempre detto che se crescerò un figlio lontano da Firenze, mi dovrà chiamare babbo, come ha fatto mio padre, il nonno e tutti quelli prima di me.
Sarò sincero. Se mai un figlio mi chiamasse papà, allora:
1) gli rifilerei un manrovescio
2) gli farei presente che papà lo fa la tromba
3) lo butterei dalla rupe Tarpea
Babbo e papà sono due sostantivi semplici, come tutte le parole pronunciate dai bambini. Entrambi suonano semplici e familiari. Tuttavia, babbo è più complesso di papà, il suo suono seppur infantile è più articolato, come si conviene a una razzaccia più cervellotica e perfezionista.
Babbo, però, per noi è qualcosa di più. Babbo è un marchio di fabbrica. Babbo è il primo segno distintivo di appartenenza di una creatura. Diversamente da tante altre parole, delle quali qua ne vedete riportate solo alcune, babbo è la prima che è marchiata a fuoco sulla pellaccia dura dei toscani. Babbo è un epiteto identitario che richiama la nostra origine e ci segna indelebilmente per tutta l'esistenza. Passeranno gli anni, ma un babbo rimarrà sempre tale e non potrà mai diventare un papà.
E allora tra milioni di persone ci potremo riconoscere, magari nel grande assembramento che ci sarà il giorno del giudizio, quando saremo tutti là ad aspettare il nostro turno, sentendoci chiamare uno a uno. Potremmo sentire qualcuno che preso dall'ansia si maledica "me lo diceva, il mio po'ero babbo, che a fare il bischero si va all'inferno". Andremo allora ad abbracciarlo e gli diremo che, in fondo, anche se all'inferno ci toccherà andarci per davvero, almeno sappiamo che sulla terra abbiamo vissuto prendendoci gioco della vita e del mondo e che, almeno per qualche anno, abbiamo vissuto un po' di quel paradiso che è la toscanità.
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