Da circa un anno sul desktop del computer di lavoro campeggia quasi con continuità assoluta una foto del Cerro Torre.
Vetta mitica dell'alpinismo, una specie di cilindro di granito sulla cui sommità si trova un fungo di ghiaccio alto una settantina di metri. Battuto sempre da fortissimi venti, con una situazione meteorologica che definire instabile sarebbe eufemistico, rappresenta una di quelle sfide che spingono l'uomo a confrontarsi con gli estremi caratteri della natura. Ho letto le storie di coloro che hanno provato a scalarlo, che alternano indescrivibili vittorie (poche) a sacrifici, sofferenze e tragedie (in numero ben maggiore).
Non nascondo che vedere il Cerro Torre fosse forse il principale motivo per venire in Patagonia, per affacciarmi da pigmeo alle pendici di un luogo tanto affascinante, anche solo per farlo un po' più mio.
La strada che porta in qualche ora al campo De Agostini nel Parco de los Glaciares è piuttosto facile, se non fosse per una continua pioggia battente portata dal vento che soffia gelido dalle montagne.
Da lì in qualche minuto si accede alla Laguna Torre, splendido lago di montagna nel quale termina il Glaciar Grande. Il vento si fa impetuoso, a riva vengono sbattuti i piccoli iceberg staccatisi dal ghiacciaio, una pioggia cattiva ci sferza la faccia. Saremo cinque i sei arrivati in quel punto.
In alto, avvolto tra le nubi, sappiamo che sta il Cerro Torre. Vediamo il ghiacciaio, ma di lui non riusciamo a vedere niente. Unici della sparuta compagnia tentiamo l'impresa disperata di proseguire verso il Mirador Maestri, teoricamente punto i avvistamento privilegiato del Torre. Per arrivare dobbiamo procedere su un crinale, in cima all'invaso della laguna, con il vento e la pioggia che ci fanno a malapena camminare. A volte ci fermiamo tanto sono forti le raffiche. Non è un camminamento rischioso, eccetto per il fatto che fa realmente freddo e le giacche a vento hanno superato il punto di tenuta e hanno cominciato a impregnarsi di acqua.
Arriviamo a fatica a pochi metri dal mirador Maestri, al quale decidiamo di non accedere per timore del vento.
Certo, vediamo il ghiacciaio molto da vicino, ma il Cerro Torre decide di non svelarsi.
Inutile dire che ci siamo rimasti davvero male.
Tuttavia, accettiamo il verdetto della montagna. È lei che decide quando farsi vedere e come. Non siamo turisti stile americano che per il fatto di aver pagato pretendono anche che tutto vada come vogliono loro. Accettiamo con ciglio impassibile che una bottiglia, anche importante, sappia di tappo, figuriamoci questo. La natura decide e noi dobbiamo solo assecondarla, ringraziando per questa volta che ci abbia graziato. Abbiamo camminato, ci siamo inzuppati di vento e pioggia ghiacciata, ci siamo spinti molto oltre, in mezzo a queste terre selvagge. Abbiamo fatto tutto quanto potessimo per far girare le cose in maniera diversa. Pensiamo al gruppo dei Ragni di Lecco, che negli anni '70 hanno atteso due mesi in una tenda in una caverna di ghiaccio che il cielo si schiarisse per affrontare la montagna e vincerla. La lezione di umiltà -promettiamo- non verrà dimenticata.
Rimane la speranza, un giorno, di tornare qui e chiedere un verdetto in appello. E in quell'occasione, qualunque sia l'esito, sarà emozionante e grande anche solo pensare che la montagna in quel momento stia per qualche attimo pensando ancora una volta a noi.
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martedì 8 gennaio 2013
Ha deciso
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domenica 6 gennaio 2013
Where the streets have no name
La cittadina di El Chalten è stata costruita 30 anni fa ed è quindi talmente nuova che alcune strade non hanno neanche un nome. Cercavamo il nostro alloggio, po, persi tra le casine colorate con il tetto di lamiera, abbiamo chiesto a un villico se quella che stavamo percorrendo fosse la nostra strada. La sua risposta, indicando più avanti, è stata: "quella là si chiama Los Chorritos, questa non ha un nome."
La cittadina di El Chalten ha un solo bancomat, che peró ha sempre esauriti i contanti.
La cittadina di El Chalten ha delle strade molto larghe, ma quasi nessuna macchina.
Sulla Lonely Planet viene indicato un locale come la miglior pizzeria della città, curiosamente senza notare al contempo che sia anche l'unica.
La cittadina di El Chalten ha una chiesa (Santa Maria della Patagonia), dove il parroco di El Calafate (200km da qui) arriva ogni due lunedì per celebrare la Messa alle 19. La chiesa ringrazia i signori Pablo ed Eduardo per la cura del giardino.
La cittadina di El Chalten ha le strade piene di cani randagi, che sono però molto affettuosi.
Prima di entrare nella città, tutti sono obbligati a passare dalle guardie del parco de los Glaciares per un rapido briefing. Non si conoscono altri motivi per arrivare qui che non siano la visita del parco.
Nella cittadina di El Chalten la copertura wifi, ancorché ricordi la velocità dei vecchi modem 56k, è pressoché totale. La copertura cellulare è invece assente.
La cittadina di El Chalten accoglie nelle proprie strutture ricettive numerosi stagisti degli istituti alberghieri di Buenos Aires, forse ignari di cosa li aspetti.
Nella cittadina di El Chalten l'agnello è straordinariamente buono, e infatti non sa di agnello (oppure sono i nostri a non sapere di agnello, quello vero, patagonico).
Ci piace stare in questo posto, base per trekking che finiscono nelle nuvole, tra le montagne che hanno fatto la storia dell'alpinismo, tra vincitori e tragedie, tutti parimenti eroi.
Ci piace sapere che esistono posti, nominalmente cattolici, dove accedere ai sacramenti è un evento straordinario, perché ci aiuta a comprendere la nostra cortezza di vedute se giudichiamo una messa difficile da prendere perché è alle 10 di domenica mattina.
Ci piace fare migliaia di chilometri per vedere che esistono ancora delle frontiere, che la natura quando vuole ha il sopravvento sulle vicende umane.
Ci piace vedere che nulla, in realtà, è mai scontato nelle zone più remote di questa terra.
La cittadina di El Chalten ha un solo bancomat, che peró ha sempre esauriti i contanti.
La cittadina di El Chalten ha delle strade molto larghe, ma quasi nessuna macchina.
Sulla Lonely Planet viene indicato un locale come la miglior pizzeria della città, curiosamente senza notare al contempo che sia anche l'unica.
La cittadina di El Chalten ha una chiesa (Santa Maria della Patagonia), dove il parroco di El Calafate (200km da qui) arriva ogni due lunedì per celebrare la Messa alle 19. La chiesa ringrazia i signori Pablo ed Eduardo per la cura del giardino.
La cittadina di El Chalten ha le strade piene di cani randagi, che sono però molto affettuosi.
Prima di entrare nella città, tutti sono obbligati a passare dalle guardie del parco de los Glaciares per un rapido briefing. Non si conoscono altri motivi per arrivare qui che non siano la visita del parco.
Nella cittadina di El Chalten la copertura wifi, ancorché ricordi la velocità dei vecchi modem 56k, è pressoché totale. La copertura cellulare è invece assente.
La cittadina di El Chalten accoglie nelle proprie strutture ricettive numerosi stagisti degli istituti alberghieri di Buenos Aires, forse ignari di cosa li aspetti.
Nella cittadina di El Chalten l'agnello è straordinariamente buono, e infatti non sa di agnello (oppure sono i nostri a non sapere di agnello, quello vero, patagonico).
Ci piace stare in questo posto, base per trekking che finiscono nelle nuvole, tra le montagne che hanno fatto la storia dell'alpinismo, tra vincitori e tragedie, tutti parimenti eroi.
Ci piace sapere che esistono posti, nominalmente cattolici, dove accedere ai sacramenti è un evento straordinario, perché ci aiuta a comprendere la nostra cortezza di vedute se giudichiamo una messa difficile da prendere perché è alle 10 di domenica mattina.
Ci piace fare migliaia di chilometri per vedere che esistono ancora delle frontiere, che la natura quando vuole ha il sopravvento sulle vicende umane.
Ci piace vedere che nulla, in realtà, è mai scontato nelle zone più remote di questa terra.
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mercoledì 2 gennaio 2013
Cene di pregio
Buenos Aires, ore 20.
Dilemma cena. Siamo d'accordo che non vale molto la pena investire in una cena di alto livello, considerato che la moglie è incapace di sentire i sapori a causa di un invadente raffreddore, mentre il marito è sconvolto dalla gigantesca camminata del pomeriggio ("andiamo alla Plaza de Congreso e torniamo indietro? Sono quattro passi!").
La padrona di casa ci consiglia un ristorante nelle vicinanze. Ci avviciniamo. Forse buono, ma decisamente da polli in batteria: tanti tavoli, molte tovaglie bianche, tanti (troppi) camerieri.
Andiamo oltre. Strade sfasciate, gente che chiacchiera agli angoli.
D'un tratto il locale che ti immagini da posti come questo: sedie tutte diverse, tavolacci sparsi, vecchi ventilatori, foto di famiglia attaccate al muro, un vecchietto a servire.
È lui. Così risolviamo per pochi euri la serata: una reale milanesa portena con papas fritas, empanadas come se non ci fosse un domani e una cervezita (questo avevo chiesto, poi per tutta risposta il vecchio è arrivato con una boccia da un
litro di Quilmes, che ho onorato fino all'ultima goccia).
Dilemma cena. Siamo d'accordo che non vale molto la pena investire in una cena di alto livello, considerato che la moglie è incapace di sentire i sapori a causa di un invadente raffreddore, mentre il marito è sconvolto dalla gigantesca camminata del pomeriggio ("andiamo alla Plaza de Congreso e torniamo indietro? Sono quattro passi!").
La padrona di casa ci consiglia un ristorante nelle vicinanze. Ci avviciniamo. Forse buono, ma decisamente da polli in batteria: tanti tavoli, molte tovaglie bianche, tanti (troppi) camerieri.
Andiamo oltre. Strade sfasciate, gente che chiacchiera agli angoli.
D'un tratto il locale che ti immagini da posti come questo: sedie tutte diverse, tavolacci sparsi, vecchi ventilatori, foto di famiglia attaccate al muro, un vecchietto a servire.
È lui. Così risolviamo per pochi euri la serata: una reale milanesa portena con papas fritas, empanadas come se non ci fosse un domani e una cervezita (questo avevo chiesto, poi per tutta risposta il vecchio è arrivato con una boccia da un
litro di Quilmes, che ho onorato fino all'ultima goccia).
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martedì 1 gennaio 2013
Feliz año nuevo
Atterrati.
Buenos Aires è una città immensa, anche se alla fine noi stranieri vediamo solo i quartieri celebri e ignoriamo l'enorme distesa di case che si stende verso l'interno, protesi nel cuore dell'Argentina.
Il bus che ci porta verso il centro attraversa una gigantesca autostrada che taglia chilometri e chilometri di abitazioni.
È la notte di capodanno. Tutte le luci sono accese. Di molti appartamenti è possibile vedere i salotti illuminati, pieni di chissà quanta gente pronta a festeggiare. Vediamo i palazzoni, le classiche casette quadrate sudamericane con il tetto piatto, perennemente in costruzione. Vediamo strade deserte. Vediamo sotto un ponte l'immagine dolorosa di una distesa di disperati che dormono su materassi di fortuna, a cui sembra importare poco dell'arrivo di un nuovo anno privo di promesse. Entriamo nell'intimità di posti anonimi, che brulicano di vita.
Manca un'ora alla mezzanotte e si sentono i primi botti, che un forte vento dal mare porta via. Buenos Aires ci accoglie con le sue strade larghe, la sua umanità festosa e disordinata e ci sembra di essere stati qua pochi giorni fa.
Comincia il viaggio, o forse è lo stesso viaggio che non è mai finito ma solo ora ce ne accorgiamo.
Tanti auguri.
Buenos Aires è una città immensa, anche se alla fine noi stranieri vediamo solo i quartieri celebri e ignoriamo l'enorme distesa di case che si stende verso l'interno, protesi nel cuore dell'Argentina.
Il bus che ci porta verso il centro attraversa una gigantesca autostrada che taglia chilometri e chilometri di abitazioni.
È la notte di capodanno. Tutte le luci sono accese. Di molti appartamenti è possibile vedere i salotti illuminati, pieni di chissà quanta gente pronta a festeggiare. Vediamo i palazzoni, le classiche casette quadrate sudamericane con il tetto piatto, perennemente in costruzione. Vediamo strade deserte. Vediamo sotto un ponte l'immagine dolorosa di una distesa di disperati che dormono su materassi di fortuna, a cui sembra importare poco dell'arrivo di un nuovo anno privo di promesse. Entriamo nell'intimità di posti anonimi, che brulicano di vita.
Manca un'ora alla mezzanotte e si sentono i primi botti, che un forte vento dal mare porta via. Buenos Aires ci accoglie con le sue strade larghe, la sua umanità festosa e disordinata e ci sembra di essere stati qua pochi giorni fa.
Comincia il viaggio, o forse è lo stesso viaggio che non è mai finito ma solo ora ce ne accorgiamo.
Tanti auguri.
lunedì 20 settembre 2010
Ultimo Tangol

Prendete un telaio di una macchina di media cilindrata degli anni '80, inseritele un cruscotto di un'utilitaria di qualche tempo fa, fatela rifinire da una volenterosa fabbrica brasiliana e avrete ottenuto una Volkswagen Gol. Sì, come Golf ma senza la effe.
La casa di automobili tedesca per eccellenza spadroneggia con la sua Gol nel mercato argentino, popolando i sogni dei giovani della middle class.
Salta, 18 settembre 2010.
Una coppia di giovani sposi si allontana a bordo di una Gol bianca dalla sede della Europcar.
Sulle scoscese strade andine si sono palesati presto alcuni optional ulteriori:
- per ragioni di sicurezza, intorno ai 130 km/h la macchina comincia a vibrare
- le finiture del finestrino destro garantiscono un ricircolo costante dell'aria all'interno dell'abitacolo
- il frontalino dell'auto viene eiettato automaticamente in presenza di fondo dissestato
- per favorire una certa imprevedibilità al guidatore, la macchina in curva tende a finire sotto/sovrasterzo senza alcuna motivazione fisica plausibile
- l'assetto sportivo è sempre garantito dalle sospensioni dure come il granito
Alcune evidenze di 4 giorni di guida:
- 1200 chilometri percorsi complessivamente, di cui circa 80 su "autostrada"
- 150 chilometri di sterrato in un unico giorno, incrociando: 6 veicoli, 2 calessi, 4 cavalli, 7 vigogne, 2 ciuchi e diverse decine tra pecore e montoni
- 40 kg di polvere ingeriti da ciascun passeggero
- 2h 55', record di velocità in notturna sulla tratta Humahuaca-Salta in presenza di veicoli pesanti
- empanadas mangiate in locali prossimi alla carreggiata: 19
- 4170m slm, altezza massima raggiunta
- 70 euro estorti dalla Europcar agli sposi adducendo motivazioni pretestuose (numero di carte di credito degli sposi in possesso della Europcar: 1)

domenica 19 settembre 2010
Chi non Salta...

Girovagando per il cosiddetto nord ovest andino, nella città di Salta ci siamo imbattuti in una manifestazione contro l'introduzione della tessera del tifoso, alla quale io e Saschia ci siamo prontamente uniti.
Sotto lo sguardo vigile della polizia, gli ultras hanno scandito cori quali "No al calcio moderno" e "Questo calcio ci fa skyfo".
Da parte nostra, abbiamo dato il nostro contributo con lo striscione "Il nostro orgoglio non è in v€ndita. Via i Della Valle da Firenze", a lungo applaudito dai presenti.
Alleghiamo documentazione fotografica.
A.
giovedì 16 settembre 2010
Questo non è un paese per vegetariani
martedì 14 settembre 2010
Il mio nome è Maipù
Di seguito lo sforzo creativo di Salbe per raccontarvi
una delle più grandi menzogne che la letteratura di viaggio ricordi. Si legge sulla Lonely Planet: Maipù, culla vitivinicola dell'argentina da gustarsi girando allegramente per bodegas in bicicletta.
Arriviamo con l'autobus carichi di speranze e pronti alle degustazioni della vita con tanto di quadernino professionale alla mano, ma la realtà ci viene incontro.
E non è una veritas in vino. Non una vigna nel raggio di chilometri. Siamo consapevoli di trovarci di fronte a un'invenzione ad hoc per turisti creduloni.
Ma noi non ci stiamo. Denunciamo. Saschia, Albe, Maipù.
"Io non lo so chi c'ha ragione o chi no, se è una questione di etnia, di economia è difficile saperlo.
Quello che so è che è solo fantasia e che la lonely ci ha tradito e così sia, poche ore per un giro in bici per noi, così moderni.
C'era una volta qualche vigna, c'era una volta una cantina, c'era una volta e voglio che sia ancora...
E voglio i nomi di chi ha mentito, di chi ha parlato della terra giusta io non le vedo qui le vostre sante vigne (Mai mai mai pù)...
E voglio i nomi di chi si impegna a fare i conti con la propria vendemmia, bevete pure voi che avete ancora voglia..."
una delle più grandi menzogne che la letteratura di viaggio ricordi. Si legge sulla Lonely Planet: Maipù, culla vitivinicola dell'argentina da gustarsi girando allegramente per bodegas in bicicletta.
Arriviamo con l'autobus carichi di speranze e pronti alle degustazioni della vita con tanto di quadernino professionale alla mano, ma la realtà ci viene incontro.
E non è una veritas in vino. Non una vigna nel raggio di chilometri. Siamo consapevoli di trovarci di fronte a un'invenzione ad hoc per turisti creduloni.
Ma noi non ci stiamo. Denunciamo. Saschia, Albe, Maipù.
"Io non lo so chi c'ha ragione o chi no, se è una questione di etnia, di economia è difficile saperlo.
Quello che so è che è solo fantasia e che la lonely ci ha tradito e così sia, poche ore per un giro in bici per noi, così moderni.
C'era una volta qualche vigna, c'era una volta una cantina, c'era una volta e voglio che sia ancora...
E voglio i nomi di chi ha mentito, di chi ha parlato della terra giusta io non le vedo qui le vostre sante vigne (Mai mai mai pù)...
E voglio i nomi di chi si impegna a fare i conti con la propria vendemmia, bevete pure voi che avete ancora voglia..."
domenica 12 settembre 2010
Il comandante Marcos
Siamo tutti cresciuti col mito dell'uomo che non deve chiedere, mai. Ma mi domando. Voi l'avete mai incontrato? Noi sì.
Marcos infatti non chiede. Ottiene.
Non ha bisogno di frasi. A lui basta una parola.
Conosce Ferragamo al quale fa notare, con gran classe, che ha veramente della macchine indecenti. Prende lezioni di guida non su una Panda scassata ma su una Ferrari, non nel parcheggio dello stadio ma direttamente in un circuito. Non ha bisogno di mettere password alla sua rete wifi: la sua proprietà è comunque troppo sconfinata perché qualche cyber-scroccone possa violarla. Non spende soldi in costosissime polo de La Martina. A lui le regalano continuamente. Per andare da casa sua alla casa degli ospiti non cammina ma prende la moto. Non indossa il casco ma il basco (da gaucho). In alternativa il cap. Poteva vivere a Barcellona ma ha preferito la pampa per far crescere i suoi due figli (bellissimi). Stipendia un ingegnere civile perché costruisca loro una casa sull'albero. Non ha nessun difetto ma 3 handicap. Marcos infatti di mestiere gioca a polo. Per questo chiunque incontra si sente in dovere di offrirgli qualsiasi cosa.
Marcos ha evidentemente capito tutto.
Prima di incontrarlo la moglie di Marcos era la manager europea di una
società argentina. Oggi è una professionista di polo.
Marcos parla con disinvoltura di pueblo, polo, politica, prostitute (specialmente di una al governo). Se qualcosa gli piace, dice "iiiincreibile!".
Per Marcos le cose fatte bene sono full. Marcos è full.
Marcos il sabato mattina non organizza un'oretta di tennis al matchball ma una partita di polo a casa sua con i vicini di estancia. Marcos non serve il vino come i sommelier perché a lui la bottiglia piace tenerla bene in mano. Marcos è assolutamente elegante anche se va a giro con le polo bucate. Guida a 110 all'ora sul fango senza fare una piega, conversando amabilmente. Appena lo vedono i ragazzini del pueblo lo acclamano. Qualunque sia il tempo, la sua macchina è sempre pulita. Potendo comprarsi un suv, Marcos ha scelto un pick up ford del '67. Non ha tre cani ma un arcobaleno di labrador. Ogni volta che si rivolge alle persone al suo servizio non si dimentica mai di aggiungere "per favore".
Marcos ha detto: "chi è stupido merita di morire".
E dopo questo siamo stati conquistati senza via di uscita.
Marcos infatti non chiede. Ottiene.
Non ha bisogno di frasi. A lui basta una parola.
Conosce Ferragamo al quale fa notare, con gran classe, che ha veramente della macchine indecenti. Prende lezioni di guida non su una Panda scassata ma su una Ferrari, non nel parcheggio dello stadio ma direttamente in un circuito. Non ha bisogno di mettere password alla sua rete wifi: la sua proprietà è comunque troppo sconfinata perché qualche cyber-scroccone possa violarla. Non spende soldi in costosissime polo de La Martina. A lui le regalano continuamente. Per andare da casa sua alla casa degli ospiti non cammina ma prende la moto. Non indossa il casco ma il basco (da gaucho). In alternativa il cap. Poteva vivere a Barcellona ma ha preferito la pampa per far crescere i suoi due figli (bellissimi). Stipendia un ingegnere civile perché costruisca loro una casa sull'albero. Non ha nessun difetto ma 3 handicap. Marcos infatti di mestiere gioca a polo. Per questo chiunque incontra si sente in dovere di offrirgli qualsiasi cosa.
Marcos ha evidentemente capito tutto.
Prima di incontrarlo la moglie di Marcos era la manager europea di una
società argentina. Oggi è una professionista di polo.
Marcos parla con disinvoltura di pueblo, polo, politica, prostitute (specialmente di una al governo). Se qualcosa gli piace, dice "iiiincreibile!".
Per Marcos le cose fatte bene sono full. Marcos è full.
Marcos il sabato mattina non organizza un'oretta di tennis al matchball ma una partita di polo a casa sua con i vicini di estancia. Marcos non serve il vino come i sommelier perché a lui la bottiglia piace tenerla bene in mano. Marcos è assolutamente elegante anche se va a giro con le polo bucate. Guida a 110 all'ora sul fango senza fare una piega, conversando amabilmente. Appena lo vedono i ragazzini del pueblo lo acclamano. Qualunque sia il tempo, la sua macchina è sempre pulita. Potendo comprarsi un suv, Marcos ha scelto un pick up ford del '67. Non ha tre cani ma un arcobaleno di labrador. Ogni volta che si rivolge alle persone al suo servizio non si dimentica mai di aggiungere "per favore".
Marcos ha detto: "chi è stupido merita di morire".
E dopo questo siamo stati conquistati senza via di uscita.
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venerdì 10 settembre 2010
Pampastico
È da tre ore che non riusciamo a dire nient'altro che fantastico. Abbiamo lasciato buenos aires (dove ritorneremo per organizzare un agile trasferimento mobili san telmo/firenze -abbiamo deciso di arredare casa qui!) alla volta della pampa.
Praterie sconfinate, leggende sui gauchi, cavalli come piovesse, spazi immensi. Mentre io sono come una fan di gigi d'alessio prima di un concerto e non riesco a stare ferma a sedere, Albe dorme. Si risveglia solo alla mia affermazione alla vista delle mucche: "buone e tenerine! Quanta pappa" e si complimenta con se stesso di avermi sposato.
Live from san antonio de areco. Piove come Dio la manda. Peccato perché il nostro programma per il pomeriggio sarebbe stato giocare a polo. Chiameremo il duca di chesterton, il barone moreno e gabriel omar per accordarci per domani. Nel frattempo qui il jazz, il camino, la merenda (continuo a stupirmi dove alberto metta tutto quello che mangia), un salotto meraviglioso e i labrador multicolor ci consolano.
Vi teniamo aggiornati sui nostri progressi.
S.
Praterie sconfinate, leggende sui gauchi, cavalli come piovesse, spazi immensi. Mentre io sono come una fan di gigi d'alessio prima di un concerto e non riesco a stare ferma a sedere, Albe dorme. Si risveglia solo alla mia affermazione alla vista delle mucche: "buone e tenerine! Quanta pappa" e si complimenta con se stesso di avermi sposato.
Live from san antonio de areco. Piove come Dio la manda. Peccato perché il nostro programma per il pomeriggio sarebbe stato giocare a polo. Chiameremo il duca di chesterton, il barone moreno e gabriel omar per accordarci per domani. Nel frattempo qui il jazz, il camino, la merenda (continuo a stupirmi dove alberto metta tutto quello che mangia), un salotto meraviglioso e i labrador multicolor ci consolano.
Vi teniamo aggiornati sui nostri progressi.
S.
mercoledì 8 settembre 2010
Cultura in Argentina / 1

Il contributo dell'Argentina alla cultura mondiale è stato determinante.
Per darvi un esempio, questo è il campo dove Messi ha cominciato a giocare a pallone.
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