INT. T5, Milano - notte
Lei è stanca, tanto stanca. Le sue membra quasi non la tengono in piedi. L'orologio segna le 23:47 e lei è ancora al lavoro.
Un mal di testa sahariano. Sconfinato. Ma deve finire. Il suo dovere è quello. Le sue mani scivolano sull'asse, fino a sistemare anche i piccoli dettagli. I gesti sono sempre uguali ma ogni volta è come se fossero nuovi. Un attimo di attesa. È stanca tanto stanca, ma deve finire. Dalle 8 non si è fermata un attimo. Fedele, operosa, con la testa china continua quel compito ingrato ma utile. Anzi indispensabile. "Nella buona e nella cattiva sorte", ripete. Lei sa che sta facendo il suo dovere. Potrebbe essere in una qualsiasi balera ma no. Stoica. Il dovere prima di tutto.
Sa che ha quasi finito, lo sente. Si gira, con un sorriso (stanco anche quello). "Sarà l'ultima, questa" pensa.
Alza lo sguardo. Cade il merito, sembra che stia per svenire.
"Ma stiamo scherzandoooooooooo???????"
Andate via tutti. Lasciatemi sola. Non stavo cucendo palloni ma stirando camicie. Molto, molto peggio. Davanti a me ce ne sono ancora 17. 17, capito? E sono 4 ore che stiro. 4. Ma quante camicie può vere un uomo? Andate via tutti. Lasciatemi sola.
Ma rimanere insieme nella buona e nella cattiva sorte, vorrà mica dire che le camicie se le deve stirare anche il Signor Pistacchio?
S.
PS: Almeno facciamo 50, 50.
lunedì 28 marzo 2011
Nella buona e nella cattiva sorte | Atto I
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