Senza dirlo a nessuno, senza che nessuno vedesse, partecipasse, commentasse, tagliata fuori dalla gazzarra dell'universo, in un pomeriggio di sole, ho rubato.
Non so se tecnicamente il verbo giusto sia rubare, ma considerando che non l'ho detto a nessuno forse il caso è quello giusto.
Ho rubato un rametto di ramerino.
Vedo già le vostre facce, divertite e scettiche, come di chi voleva ascoltare chissà quale torbido segreto e si ritrova in mano la confessione del furto di caramelle.
Mi dispiace, niente scandali (e niente caramelle).
Almeno per oggi.
Oggi si parla di ramerino. Del mio rametto di ramerino. Speciale e verde. Come lui nessuno mai.
Di un giardino. Di ulivi più vecchi di 2000 anni. Di Diego e delle sue ciabatte che saltano da una pietra a un'altra. Delle sue spalle, di un passato, un fucile. Dei soldi. Che non bastano mai. Dell'allegria che non può camminare, ma deve correre. Della verità.
A proposito. Che cosa è la verità?
Il mio rametto di ramerino non me lo dice. Troppo facile così. Effettivamente sarebbe pretendere troppo da un rametto di ramerino.
Un rumore. Un Berlingò si arrampica tra gli ulivi del Getsemani.
Il mio rametto non mi dice niente. Profuma. Profuma così forte che lo sento anche se ho il naso tappato. Parecchio tappato.
Qualcun altro ha rubato. In quello stesso giardino, in quello stesso pomeriggio, in quello stesso sole, e vento, e trifogli. Davanti a quella stessa erba che faceva delle onde che sembrava di galleggiare su un mare verde. Altro che mar Morto.
Una foglia di limone è l'altro furto.
Anche lei profuma, ma di un profumo che non posso sentire. Perché non è il profumo che ho scelto io. È un altro ricordo, un altro pensiero, un'altra poesia che non mi appartiene. Si può chiamarla così? Poesia, dico.
Forse, in quel giardino, sì.
S.
venerdì 13 gennaio 2012
Il limone e il ramerino
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