sabato 31 dicembre 2011

Contributi di valore "tra innovazione e tradizione"

A riprova dell'esistenza di un fedele seguito, riporto un contributo inviatoci.

Rivoluzione - un altro mondo è possibile

Nuovo programma! Cambio di biglietto da Gerusalemme a Formentera! Playas arriviamo! Seeeeeeeeeeeeee!

venerdì 30 dicembre 2011

L'educazione prima di tutto


Supermercato ora di pranzo.

"Nicoletta, tesoro, aspettami un attimo qui amore. Torno subito, torno subito. Subitosubitosubito! Prendo solo un po' di cosine per la pappa e ce ne andiamo. Va bene Nico??!
Aspetta, tesoro, che ti apro un po' il giubbottino.
Vai, dammi due minuti, arrivo subito amore!
Non tenermi il broncio, su!"

Questa scena è successa veramente. Io c'ero.

Mio cognato crede che tra l'educazione di un cane e quella di un figlio ci sia poca differenza.
Qui a Milano, sempre avanti, hanno pure applicato la proprietà transitiva.
Pure troppo.

S.

PS: Che sciocca, dimentico di riportare anche la risposta di Nicoletta. Anzi, di Nico.

Bau.

giovedì 29 dicembre 2011

Vittime eccellenti/5


Stappare un Brichet di Casa Coste Piane è sempre un'emozione. E' il classico vino che a scatola chiusa verrebbe scartato, perchè non politicamente corretto. Ci sarà qualcuno che nella sua torbidità vedrà un vino malato.
I progressisti lo tirano per la giacchetta, ma Casa Coste Piane è un prosecco molto reazionario. E' l'archetipo di ciò che non si dovrebbe fare oggi secondo i dettami comuni, ma si fa lo stesso per amore della tradizione e della propria storia. E' un monumento alla libertà di spirito, è scegliere quello che si è sempre stati e conservare ciò che del passato portiamo dentro.
In bocca all'inizio è un vino scorbutico, come i colleghi che non si scelgono ma si trovano. E allora tocca adattarsi. Richiede di mangiarci qualcosa su, di condividere qualcosa. E allora si scioglie, rimane sapido e fresco, piacevole a bersi, semplice come semplici dovrebbero essere i rapporti di lavoro, scevri di sovrastrutture, di invidie, di bassezze. E più si approfondisce e più si dovrebbe ritrovare chi siamo veramente, come questa glera che prende il nome da un contadino piccolo piccolo, una bottiglia sul cui fondo abbiamo trovato tanti lieviti morti, che hanno combattuto, perdendo, la loro battaglia per donare a noi, creature di Dio privilegiate, un'emozione speciale.

Poi bevi una magnum di barolo e ti chiedi se il piatto la reggerà, se gli ospiti saranno abbastanza assetati da rendergli onore. E qui si fa una scoperta, perché finisce tutto. Questo bestione timido al naso -un po' di confettura, un po' di liquirizia e poco altro- in bocca sa il fatto suo. Sa essere un collega saggio, che parla poco e dispensa piano piano quello che sa. E' ancora un po' ruvido in bocca, ma non brucia, scalda con la sua strutturona densa. Così il mondo non sembra a due dimensioni, ma ne acquista una terza che dà spessore, peso e, soprattutto, senso.

Casa Coste Piane - Brichet Glera naturalmente frizzante... - 85 punti
Bovio - Barolo DOCG Villa Arborina 2005 Magnum - 88 punti

domenica 25 dicembre 2011

CDA | 25

BABBO


Quando, lontano da casa, chiamo mio padre babbo, sono oggetto della scherzosa derisione dei presenti. Qua al nord, babbo significa ben altro. Non so dove ci porterà la vita, ma ho sempre detto che se crescerò un figlio lontano da Firenze, mi dovrà chiamare babbo, come ha fatto mio padre, il nonno e tutti quelli prima di me.
Sarò sincero. Se mai un figlio mi chiamasse papà, allora:
1) gli rifilerei un manrovescio
2) gli farei presente che papà lo fa la tromba
3) lo butterei dalla rupe Tarpea

Babbo e papà sono due sostantivi semplici, come tutte le parole pronunciate dai bambini. Entrambi suonano semplici e familiari. Tuttavia, babbo è più complesso di papà, il suo suono seppur infantile è più articolato, come si conviene a una razzaccia più cervellotica e perfezionista.


Babbo, però, per noi è qualcosa di più. Babbo è un marchio di fabbrica. Babbo è il primo segno distintivo di appartenenza di una creatura. Diversamente da tante altre parole, delle quali qua ne vedete riportate solo alcune, babbo è la prima che è marchiata a fuoco sulla pellaccia dura dei toscani. Babbo è un epiteto identitario che richiama la nostra origine e ci segna indelebilmente per tutta l'esistenza. Passeranno gli anni, ma un babbo rimarrà sempre tale e non potrà mai diventare un papà.

E allora tra milioni di persone ci potremo riconoscere, magari nel grande assembramento che ci sarà il giorno del giudizio, quando saremo tutti là ad aspettare il nostro turno, sentendoci chiamare uno a uno. Potremmo sentire qualcuno che preso dall'ansia si maledica "me lo diceva, il mio po'ero babbo, che a fare il bischero si va all'inferno". Andremo allora ad abbracciarlo e gli diremo che, in fondo, anche se all'inferno ci toccherà andarci per davvero, almeno sappiamo che sulla terra abbiamo vissuto prendendoci gioco della vita e del mondo e che, almeno per qualche anno, abbiamo vissuto un po' di quel paradiso che è la toscanità.

sabato 24 dicembre 2011

CDA | 24

BISCHERO


Segno di amicizia e d'insulto insieme (a seconda se si parli con amici o nemici), non c'è una parola che, meglio di bischero, riassuma l'essenza del toscano, che ci faccia ricordare dalla nostra terra.
Ce lo ricorda con la forma: una C che non si aspira, per ricordare a tutti che in Toscana non esiste solo la coca cola con la cannuccia corta corta. Ce lo ricorda con la sostanza: un'offesa tagliente che non vuole tagliare.
Un'offesa buona. Come tutte le offese dei fiorentini.


Simile al cugino grullo, ma decisamente più serio, bischero è più forte di scemo, più incisivo di poco vispo. Il bischero è un ingenuo, ma di quelli della peggior razza, ovvero quelli che si credono intelligenti. Uno stupido che però si crede furbo. Peggior razza, dicevo, perché, come si dice a Firenze, per il malato c'è la china, ma pe' i' bischero un c'è medicina.
Nel tempo il significato di bischero si è addolcito, arrivando per traslato a intendere anche chi è tanto buono da prenderla sempre in tasca. Non è raro sentir dire infatti: occhio! Perché tre volte buono, vuol dire bischero.
E dalla bontà, a Firenze, si preferisce sempre guardarsi le spalle.


Bischero non è una parola inventata ma ha una storia, un passato e i Toscani lo usano per dire: nella vita essere scaltri è una necessità, è l'unico modo per crescere.
Non vuoi farlo? Benissimo, ma sappi che tutti ti metteranno i piedi in capo. Lo vuoi fare troppo? Occhio, perché le conseguenze della stupidità sono reali e - generalmente - a lungo termine.


Ma veniamo alla storia. Alla fine del 1200 il Comune di Firenze decise di costruire un nuovo Duomo, perché Santa Reparata non bastava più. La prima pietra venne posta l’8 settembre 1296 e per arrivare alla conclusione dei lavori ci vollero circa 170 anni. Lavoro decisamente complesso (tipo la Salerno Reggio Calabria, per intendersi).Santa Maria del Fiore sarebbe stata immensa, e per questo il Comune deliberò di acquistare tutte le case e i terreni che si trovavano nel perimetro del progetto.
Proprietaria degli immobili tra Duomo e via dell’Oriuolo, era la facoltosa famiglia Bischeri (famiglia da cui provenivano 4 gonfalonieri e 15 priori) a cui il Comune propose l’acquisto delle loro proprietà.
Questi, antenati dei furbetti del quartierino, iniziarono un’estenuante trattativa sul prezzo, mostrando pubblicamente di volerne fare una speculazione edilizia con i fiocchi.
E visto che i fiorentini hanno tanti pregi, ma tra questi non c'è di sicuro la pazienza, accadde che una notte un violento e misteriosissimo incendio bruciò tutte le case dei Bischeri, i quali si ritrovarono con qualche tonnellata di cenere e la beffa di dover cedere i loro terreni a un prezzo ridicolo (mentre i Medici, al Governo, se la ridevano alla stragrande). Altre fonti dicono che il Comune, senza traccheggiare, espropriò direttamente le loro case, ma poco importa. Il succo si capisce.
I fiorentini sono molto sensibili al tema. Potete dir loro di tutto, offendere mamme e sorelle, e tendenzialmente nessuno se ne prenderà mai a male perché da noi l'offesa è la forma con cui si dimostrare la confidenza.
Ma, datemi retta, sentirsi dare del bischero brucia. E come se brucia.

venerdì 23 dicembre 2011

CDA | 23

RUZZARE


No, non russare. Ruzzare. Doppia z.
E come tutte le parole con la doppia Z (pazzo, puzzo, razzo, mazzo...), ruzzare è una parola netta a cui non piacciono le mezze misure.

Ruzzare, ovvero divertirsi facendo chiasso, mischiando le carte in tavola, giusto per ridere.
Vi fermiamo subito per un'associazione sbagliata: non parliamo di giocare.
Giocare è qualcosa di più serio e impegnativo. Il gioco richiede una certa organizzazione: si deve capire cosa fare, sceglierlo, applicarcisi in qualche modo, portarlo a termine.

Ruzzare no; per ruzzare non serve una pianificazione. Si può usare quello che si trova o semplicemente aggiungere una dose di irrazionalità a un'attività quotidiana. Di colpo, d'improvviso. Il ruzzo non si decide: il ruzzo quando arriva, arriva.
Di un gatto che parte a correre per il corridoio, saltando addosso a chi gli capita davanti, si dice "c'ha i' ruzzo". Lo stesso un cane che si agita e salta addosso a tutti. I bambini che superano il confine e ridono, ridono, ridono, facendo i versi che tanto gli piacciono, altro non fanno che ruzzare.

Il ruzzo è uno scherzo, in maniera scomposta. E sopratutto inaspettata.
Curioso come, generalmente, il ruzzo si applica ad animali e bambini.

E voi: quanto ruzzate?