BABBO
Quando, lontano da casa, chiamo mio padre babbo, sono oggetto della scherzosa derisione dei presenti. Qua al nord, babbo significa ben altro. Non so dove ci porterà la vita, ma ho sempre detto che se crescerò un figlio lontano da Firenze, mi dovrà chiamare babbo, come ha fatto mio padre, il nonno e tutti quelli prima di me.
Sarò sincero. Se mai un figlio mi chiamasse papà, allora:
1) gli rifilerei un manrovescio
2) gli farei presente che papà lo fa la tromba
3) lo butterei dalla rupe Tarpea
Babbo e papà sono due sostantivi semplici, come tutte le parole pronunciate dai bambini. Entrambi suonano semplici e familiari. Tuttavia, babbo è più complesso di papà, il suo suono seppur infantile è più articolato, come si conviene a una razzaccia più cervellotica e perfezionista.
Babbo, però, per noi è qualcosa di più. Babbo è un marchio di fabbrica. Babbo è il primo segno distintivo di appartenenza di una creatura. Diversamente da tante altre parole, delle quali qua ne vedete riportate solo alcune, babbo è la prima che è marchiata a fuoco sulla pellaccia dura dei toscani. Babbo è un epiteto identitario che richiama la nostra origine e ci segna indelebilmente per tutta l'esistenza. Passeranno gli anni, ma un babbo rimarrà sempre tale e non potrà mai diventare un papà.
E allora tra milioni di persone ci potremo riconoscere, magari nel grande assembramento che ci sarà il giorno del giudizio, quando saremo tutti là ad aspettare il nostro turno, sentendoci chiamare uno a uno. Potremmo sentire qualcuno che preso dall'ansia si maledica "me lo diceva, il mio po'ero babbo, che a fare il bischero si va all'inferno". Andremo allora ad abbracciarlo e gli diremo che, in fondo, anche se all'inferno ci toccherà andarci per davvero, almeno sappiamo che sulla terra abbiamo vissuto prendendoci gioco della vita e del mondo e che, almeno per qualche anno, abbiamo vissuto un po' di quel paradiso che è la toscanità.
domenica 25 dicembre 2011
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