Da circa un anno sul desktop del computer di lavoro campeggia quasi con continuità assoluta una foto del Cerro Torre.
Vetta mitica dell'alpinismo, una specie di cilindro di granito sulla cui sommità si trova un fungo di ghiaccio alto una settantina di metri. Battuto sempre da fortissimi venti, con una situazione meteorologica che definire instabile sarebbe eufemistico, rappresenta una di quelle sfide che spingono l'uomo a confrontarsi con gli estremi caratteri della natura. Ho letto le storie di coloro che hanno provato a scalarlo, che alternano indescrivibili vittorie (poche) a sacrifici, sofferenze e tragedie (in numero ben maggiore).
Non nascondo che vedere il Cerro Torre fosse forse il principale motivo per venire in Patagonia, per affacciarmi da pigmeo alle pendici di un luogo tanto affascinante, anche solo per farlo un po' più mio.
La strada che porta in qualche ora al campo De Agostini nel Parco de los Glaciares è piuttosto facile, se non fosse per una continua pioggia battente portata dal vento che soffia gelido dalle montagne.
Da lì in qualche minuto si accede alla Laguna Torre, splendido lago di montagna nel quale termina il Glaciar Grande. Il vento si fa impetuoso, a riva vengono sbattuti i piccoli iceberg staccatisi dal ghiacciaio, una pioggia cattiva ci sferza la faccia. Saremo cinque i sei arrivati in quel punto.
In alto, avvolto tra le nubi, sappiamo che sta il Cerro Torre. Vediamo il ghiacciaio, ma di lui non riusciamo a vedere niente. Unici della sparuta compagnia tentiamo l'impresa disperata di proseguire verso il Mirador Maestri, teoricamente punto i avvistamento privilegiato del Torre. Per arrivare dobbiamo procedere su un crinale, in cima all'invaso della laguna, con il vento e la pioggia che ci fanno a malapena camminare. A volte ci fermiamo tanto sono forti le raffiche. Non è un camminamento rischioso, eccetto per il fatto che fa realmente freddo e le giacche a vento hanno superato il punto di tenuta e hanno cominciato a impregnarsi di acqua.
Arriviamo a fatica a pochi metri dal mirador Maestri, al quale decidiamo di non accedere per timore del vento.
Certo, vediamo il ghiacciaio molto da vicino, ma il Cerro Torre decide di non svelarsi.
Inutile dire che ci siamo rimasti davvero male.
Tuttavia, accettiamo il verdetto della montagna. È lei che decide quando farsi vedere e come. Non siamo turisti stile americano che per il fatto di aver pagato pretendono anche che tutto vada come vogliono loro. Accettiamo con ciglio impassibile che una bottiglia, anche importante, sappia di tappo, figuriamoci questo. La natura decide e noi dobbiamo solo assecondarla, ringraziando per questa volta che ci abbia graziato. Abbiamo camminato, ci siamo inzuppati di vento e pioggia ghiacciata, ci siamo spinti molto oltre, in mezzo a queste terre selvagge. Abbiamo fatto tutto quanto potessimo per far girare le cose in maniera diversa. Pensiamo al gruppo dei Ragni di Lecco, che negli anni '70 hanno atteso due mesi in una tenda in una caverna di ghiaccio che il cielo si schiarisse per affrontare la montagna e vincerla. La lezione di umiltà -promettiamo- non verrà dimenticata.
Rimane la speranza, un giorno, di tornare qui e chiedere un verdetto in appello. E in quell'occasione, qualunque sia l'esito, sarà emozionante e grande anche solo pensare che la montagna in quel momento stia per qualche attimo pensando ancora una volta a noi.
martedì 8 gennaio 2013
Ha deciso
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