lunedì 19 marzo 2012
Auguri babbo
Stamattina in chiesa parlavano di San Giuseppe. Un uomo mite, pacato, che ha affrontato con docilità quello che la vita gli ha posto davanti.
Stamattina in chiesa ho pensato al mio babbo. Al mio babbo che del carattere di San Giuseppe ha poco. Come me del resto.
Al mio babbo che dei miti avrebbe detto bischeri, dei pacati stupidi e dei docili pecore.
Tutti segni che mi porto addosso.
Stamattina in chiesa ho pensato a me, che sono come lui, più di quello che so.
Ho pensato: adesso lo chiamo e gli faccio gli auguri.
No, aspetta.
Mio babbo vive in un mondo di cerchi sull'acqua. Dalla superficie vedi una cosa, ma non sai quello che succede in profondità.
Che cosa succede in fondo al mio babbo? Che cosa sente quanto canticchia, che cosa gli dà noia quando si mette a urlare, che cosa vede quando si spaventa, che cosa pensa quando inizia a piangere?
Che cosa posso fare per farlo smettere?
Vede cose che io nemmeno immagino. Prova a spiegare, ma noi non capiamo, lui si arrabbia. Gran brutto carattere.
Usa altre parole. È un altro mondo. Un mondo di intersezione, come gli insiemi che ti facevano disegnare da piccoli. Gli insiemi che non mi riuscivano. E mia mamma diceva "Saschia, giù, colora per bene tutti gl'insiemi..."
Mio babbo da un po' non mi chiama più Saschia.
Ma non importa, perché so che lo ha scelto, il mio nome. Lo sentì e disse "se è una bambina si chiamerà Saschia".
Non chiamarmi, non importa. Ti chiamo io e dico "babbo".
Babbo, non leggerai questo post. Non sai nemmeno cosa voglia dire. Ma hai due occhi verdi, una finestra sul mondo che si chiama Tatiana. Ti racconta quello che succede. Ti descrive quello che cucina. E si dispiace se non ne prendi due volte. In questo non è cambiata per niente.
Te lo legge la mamma, questo post, mentre sei in poltrona, la tua poltrona spaziale con lo schienale che si muove e il poggiapiedi che va su e giù. Una di quelle poltrone che da piccolo sogni. Una poltrona astronave. Per andare lontano, tanto lontano.
Dove noi non riusciamo ad arrivare.
Ma se hai tempo, è questione di 5 minuti, scendi un attimo perché la mamma ti deve leggere una cosa. Te l'ho scritta io.
E se la senti, e se mi senti, lo so che ti si inumidiranno gli occhi celesti che non hai passato a nessuno. Te li sei tenuti per te. Come la tua malattia. Come le tue malattie.
Saprò che mi ascolti.
Saprò che sei tu, dietro l'armatura che indossi.
Mio babbo è fatto per correre: come si fa a correre con un'armatura addosso?
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I miei occhi si sono inumiditi. Ti abbraccio.
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